The importance of being snob!

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La parola snob secondo il dizionario sta a indicare una “Persona che nell’atteggiamento o nel comportamento ostenta un’aristocratica, spesso eccentrica e non di rado ridicola, distinzione e raffinatezza, nel tentativo di identificarsi con una categoria sociale superiore.” Quindi lo snob (parola che deriva dal latino sine nobilitate) è in poche parole un fesso che, pretendendo di aspirare a una classe superiore, muta i suoi atteggiamenti ad imitazione di più alti modelli, tra lo scherno, più o meno evidente, di chi gli sta intorno.

La realtà sta in maniera un poco diversa, per fortuna. Negli sconclusionati tempi che ci tocca a vivere lo snob è, a mio avviso, l’unica figura in grado di pensare con la propria testa. Colui che riesce realmente a ragionare in maniera personale e non si fa infinocchiare da ciò che di banale ha intorno. Lo snob cerca sempre la bellezza e la verità spinto dalla sua sensibilità e dal suo acuto senso critico, e in tale ricerca si ritrova spesso controcorrente rispetto al benpensare.

I miei gentili amici hanno, con tanto affetto, pensato di organizzare una festa per i miei prossimi cinquant’anni e hanno trovato un bel locale sul mare che imbandirà una tavolata sulla spiaggia per farci assaporare, con l’ausilio di buon cibo e vini, tutta la bellezza del tramonto estivo in una sera di giugno (sperando non piova). Il locale che ci ospiterà pone però una condizione ben precisa: la presenza di un DJ. Abbiamo provato a far presente che non ce ne sarebbe bisogno, che possono pure risparmiare i soldi, ma non c’è nulla da fare, il DJ ci deve essere e deve imporci musica a sua esclusiva scelta. Previa telefonata egli può acconsentire a inserire nella scaletta un paio di pezzi scelti dal festeggiato (il sottoscritto). Troppa grazia.

Che devo fare quindi? Mandare tutto all’aria o semplicemente starmene e godermi il tramonto cercando di non far caso alle nefandezze sonore che sicuramente il DJ piazzerà per tutta la serata? Per una volta potrei anche rilassarmi, pensare solo a spassarmela. Ma è più forte di me, quando sento la parola DJ comincia girarmi la testa, vengo assalito da una profonda tristezza. Si, perché, le cose che solitamente fanno divertire i miei simili mi gettano in un abissale sconforto. Apprezzo il tentativo da parte di chi mi vuole bene di farmi scendere ogni tanto dalla mia torre d’avorio, ma la cosa mi fa male fisicamente. Appena sento parlare un DJ, alla radio o dove capita, scaturisce da me un’intenso desiderio di suicidio. La radio in assoluto è l’oggetto che più mi mette tristezza (a parte certe stazioni), così come me la mette la tv (a parte certi canali), ma la mettono le partite di calcio, il jet-set, le automobili inutilmente enormi, le pubblicità di tali automobili, i cantautori che scimmiottano Paolo Conte e Tom Waits, l’indie italiano, i comici di oggi, il doppiaggio nei film e molto, moltissimo altro.

Ogni tanto mi analizzo e un poco mi spiaccio di tutto ciò, però non riesco a sentirmi in colpa, non riesco a pensare che dovrei essere diverso e prenderla con maggiore tranquillità. Alla fine adoro essere snob, adoro sapere di saper scegliere quello che mi piace senza interferenze esterne, adoro non provare imbarazzo a non avere gli stessi gusti della massa. Ma la tanto vituperata massa poi in fondo cos’è? Alla fine credo che ognuno abbia tutte le potenzialità per sviluppare gusti e sensibilità autonomi. Ma allora perché tanti accettano di fare quello che fanno milioni di loro consimili senza porsi dubbi? Non sentono il desiderio di cercare ognuno una propria via? Avere gusti diversificati dovrebbe distinguere con positività gli esseri umani, renderli più interessanti, vivi, stimolanti. Che senso ha seguire tutti le stesse cose? Perché lo fanno? Prima o poi scriverò un trattato dove mi spingerò alla base di ciò, non mi basta pensare semplicisticamente che la massa sia composta da pecore che fanno quello che qualcun altro gli ha comandato per sentirsi accettati. Voglio conoscere il motivo profondo. Senza condannare o giudicare, solo capire. Nel frattempo continuerò a esser fiero del mio snobismo, e se un giorno mi troverò solitario contro tutto e tutti in cima alla mia torre d’avorio non importa, potrò sempre convincermi che in un mondo del genere io comunque ho vissuto di testa mia.

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Della fine della critica musicale. (e della sua rinascita?)

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Leggevo il bell’articolo del sempre lucido Riccardo Bertoncelli sulla definiva sparizione della versione cartacea dello storico “New Musical Express”, in vita dal lontano 1949. Mi ha colpito in particolare il racconto del critico su quanto tale rivista, nell’epoca del suo massimo splendore, riusciva a fare il bello e il cattivo tempo dell’industria discografica e una recensione vergata da uno dei giornalisti della testata poteva realmente decretare il successo o l’insuccesso di un album, di un singolo, di un’artista. Certo, a volte gli scribacchini si facevano prendere la mano dal potere che avevano assunto; uno come Nick Kent, stella giornalistica par excellence del magazine inglese, vergava recensioni entusiastiche o demolenti a seconda di ciò che il suo smisurato ego gli comandava.

Esagerazioni a parte un’intelligente critica è fondamentale in ogni società che si rispetti. La funzione del critico è quella di guidare i fruitori (il pubblico) nelle scelte grazie alla cultura acquisita nel campo e alle analisi serie, puntali e dettagliate. Specialmente oggi, dove ogni aspetto delle nostre vite è comandato da internet, vasto oceano nel quale si trova tutto e il contrario di tutto, una figura che indichi in maniera scrupolosa dove sta il bello e si permetta, senza timore di dire cose scomode, di sviscerare in maniera costruttiva le pecche di un album o di un genere dovrebbe essere imprescindibile.

Purtroppo da un po’ di tempo a questa parte la figura del critico è scomparsa, ci sono ottime penne all’opera ma tutti parlano più o meno bene di tutto. Rarissime le stroncature nette. Anche perché ogni settimana viene pubblicata una tale massa di cd/vinili/download che quando un qualcosa è brutto si fa prima a non parlarne, così si evitano discussioni. Si, perché nell’epoca brutale dei social network, dove tutti si sentono in dovere di esternare il proprio punto di vista, dir male di un artista vuole dire farsi sommergere da vagonate di insulti. La parola chiave di tali insulti, rivolti all’eventuale recensore che si è permesso la stroncatura, è “tu rosichi”. Non credo sia nemmeno il caso di indagare sui significati che stanno dietro a tale affermazione, ignorante e proferita da ignoranti. Sta di fatto che io stesso non mi permetto più di criticare costruttivamente alcuno sui social, perché se le conclusioni a cui si arriva sono il fatto che io rosico allora meglio tacere per sempre e pensare ai casi propri.

Nondimeno sempre più si avverte il bisogno del ritorno a una sana critica. Le persone stanno arrivando a un punto di non ritorno nei confronti del brutto. Sempre sui social basta scrivere qualcosa tipo “la trap fa schifo” per essere sommersi dai like di approvazione. Segno che il malcontento è tangibile. Poi, chiaro; magari negli stessi social scatta la discussione costruttiva, si cerca di capire perché effettivamente la trap dovrebbe far schifo, a un certo punto però arriva il saggio di turno che dice all’autore del post originario “tu rosichi” e tutto va in vacca. Davanti ai “tu rosichi” tutto si ferma, non c’è più nulla da dire. Stop. Fine di ogni discussione.

Ma personalmente vorrei veramente capire perché la trap dovrebbe far schifo. E allora? Ho una proposta che butto lì a disposizione di chi ne vorrà fare uso, io non avrei il tempo o i mezzi per mettere su un progetto del genere ma spero che qualcuno possa accogliere il mio onesto suggerimento. Che si fondi una rivista di musica a 360 gradi. Cartacea. Sarebbe meglio uscisse in edicola ma in mancanza di ciò può anche essere una fanzine o similare. Questa rivista dovrebbe contenere articoli e recensioni che mettano in campo una coraggiosa e intelligente critica. Che sia libera da ogni vincolo, che non abbia paura di stroncare anche l’artista più di moda, che spieghi in maniera precisa perché un tale genere è oggettivamente brutto/inutile o un tale disco non dovrebbe essere pubblicato. Qualcosa del genere esiste a dire il vero: lo straordinario mensile Blow Up che analizza con grande profondità uscite del presente e del passato. Ma è fatto comunque all’80% di recensioni/articoli positivi. Quindi non è abbastanza, si può e si deve far di più nel senso di spiegare, al pubblico e agli artisti stessi, perché determinati prodotti sono brutti. Chiaro che poi ogni fruitore sarà libero di ascoltare quello che gli pare ma vorrei di nuovo una penna come quella di Bertoncelli che negli anni Settanta, dalle pagine di “Gong”, si permetteva di distruggere pubblicamente mostri sacri come gli Area o Guccini. Che poi Bertoncelli all’epoca avesse prese delle cantonate è un altro discorso, ciò che conta è quanto egli stimolasse lo spirito critico dei lettori che avrebbero dovuto prendere i prodotti e analizzarli alla luce delle sue parole, prima di berseli a occhi chiusi come tante pecore, in virtù dei nomi blasonati.

Notare bene: la rivista che ho in mente non dovrebbe assolutamente avere un sito internet o una casella email. Internet dovrebbe essere lasciato fuori da questo progetto, così come i social network. Si dovrebbe basare tutto sul passaparola e sulla voglia di andare in edicola a comprarla. Lettere di elogio o protesta? Potranno essere inviate alla redazione e scritte a mano, altrimenti saranno cestinate. Nessuno dovrebbe permettersi di fare discussioni infinite sui social distruggendo il giornale a suon di “rosiconi”. Poi magari lo si farebbe lo stesso ma il giornale e i suoi recensori dovrebbero essere obbligati a star fuori da questo assurdo e cieco gioco al massacro.

Questa è la mia idea, spero che qualcuno possa seguirla.

Il padrone ha una nuova voce

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Quando mesi orsono Fabio Cinti mi parlò del suo progetto di rivisitazione de “La voce del padrone” fui preso da una sensazione positiva e timorosa allo stesso tempo. Anche se conosco bene le capacità artistiche di Fabio il decidere di misurarsi con un colosso quale è l’album di Franco Battiato non sarebbe stata certo una passeggiata. Troppo peculiari le caratteristiche del blasonato disco, un capolavoro di suoni, arrangiamenti e interpretazione, per potere pensare di rivisitarlo senza il timore di produrre un effetto tipo “vabbè, meglio riascoltarsi l’originale”.

I piani di  Cinti non prevedevano però il ricalcare pedissequamente l’intoccabile mood battiatesco; Fabio voleva anzi impreziosirlo, farlo suo in maniera rispettosa e discreta offrendo una nuova ed elegante prospettiva. E’ con estrema cura che infatti il nostro si è permesso di prendere le canzoni, spogliarle degli abiti fatti di metronomiche batterie, synth e chitarre di chiara derivazione pop-wave e rivestirle di archi aggraziati e di un puntuale pianoforte. Ciò che alla fine si può ascoltare nell’adattamento gentile de “La voce del padrone” non fa in alcun modo rimpiangere il disco originario, anzi ne accentua la rivelazione dei dettagli, dei contrappunti velati, delle melodie strumentali a volte un po’ soffocate dall’abbigliamento pop primigenio che qui riemergono chiare e luminose. Da Summer on a solitary beach fino a Il sentimiento nuevo non c’è sfumatura che caratterizzava il disco del 1981 che qui non sia presente, ma è traslata nel suono e negli arrangiamenti del bravissimo quartetto e del meticoloso pianoforte. E durante l’ascolto non c’è alcuna nostalgia per il “solito” “La voce del padrone” ma ci si stupisce anzi di quanto molto spesso le nuove versioni mostrino lati inediti di un disco che sembrava già perfetto e che ora, in questo adattamento, acquista ulteriore spessore. 

Parliamo poi della voce. Con il suo canto Cinti riprende precisamente, in maniera quasi matematica, le melodie che contraddistinguevano le canzoni e, anche in questo caso, sembra farle rinascere a nuova vita. Fabio non imita Battiato, Fabio è Fabio al cento per cento e in questo essere totalmente se stesso può permettersi di modulare la voce con naturalezza e rendersi assolutamente credibile. Può concedersi di andare alla ricerca di ogni più piccola sfumatura canora che Battiato metteva in campo e valorizzarla ancora di più, renderla di nuovo presente, traghettarla intatta ai nostri giorni dimostrando che la classe non è acqua e che un esperimento del genere solo lui poteva permettersi di metterlo in piedi rendendolo così bene.

Al termine ci si rende conto che questo non è più il disco di Franco Battiato rivisto da Fabio Cinti, le canzoni de “La voce del padrone” sono ora tanto di Franco quanto di Fabio, perché quest’ultimo le ha fatte così tanto sue da renderle veramente sue, nel profondo. Ascoltare per credere.

Sincerità, personalità e…Jovanotti.

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Sono una persona inquieta, arrovellata, a tratti malinconica. E tutto quello che compongo o scrivo è specchio della mia personalità; inquieto, arrovellato, a tratti malinconico. Ma so anche essere limpido, ottimista e ironico. Sopratutto so badare all’essenza e cerco di non perdermi in discorsi fumosi, sia quando vivo che quando creo. Spesso mi hanno detto “perché non componi una canzone semplice, magari d’amore?”, a tale domanda rispondo cercando sempre di spiegare che comporre qualcosa di semplice è la cosa più complicata del mondo, specie se tu come persona non sei affatto semplice. “Scrivi una canzone come quelle di Jovanotti!” mi è stato detto. Il caro Jovanotti, miei cari, raggiunge il successo e parla a una massa enorme di persone proprio perché è così come lo vedete, naturale e genuino allo stesso modo delle sue canzoni, che possono piacere o meno ma che rispecchiano proprio il suo lato più sincero e comunicativo. Egli parla esattamente lo stesso linguaggio del grande pubblico perché è uno di loro. Per questo arriva diretto e raccoglie entusiasmo, perché la maggior parte delle persone si rispecchia in lui. Jovanotti non ha smanie esistenziali, arrovellamenti e inquietudini da mettere in musica. O meglio, ha anche lui – come tutti – i suoi problemi, ma riesce a esternarli a cuore aperto, in maniera schietta, senza usare linguaggi o forme sonore troppo arzigogolate, senza nascondersi dietro oscure metafore, senza esibire la prosopopea dell’arte a tutti i costi. Jovanotti può quindi permettersi il lusso di scrivere una bella canzone d’amore e farla giungere al cuore di milioni di ascoltatori.

A proposito del rispecchiarsi tra pubblico e artista mi permetto di citare il giovane Franco Battiato che decenni orsono, a proposito del fenomeno dei cantautori, ebbe causticamente a dire: “Ebbene lui (il cantautore. nda) si presenta con questo mucchietto di banalità che possono naturalmente avere a che fare con le banalità che ha vissuto qualsiasi povero cristo… Chiede agli altri di riscontrarvisi, il circuito di fruizione è ben oliato, lui sembra proprio così sincero, così coinvolto in quella situazione… e finisce che gli altri si riscontrano passivamente fino a mandarlo in hit-parade e a esplodere in ovazioni ogni volta che lo rivedranno con la solita faccia triste riaccennare quel motivo…”  A mio avviso in questo caso Battiato sbagliava a pensare, come si avverte tra le righe, che il personaggio con cui se la prende fosse insincero. Tutt’altro, solo se la faccia triste del Jovanotti di turno sarà onestamente triste egli arriverà al cuore degli altri, se invece sta inscenando una finzione, se sta recitando, sarà subito scoperto e la hit-parade se la sognerà. Il pubblico sa riconoscere bene quando c’è sincerità e quando invece lo si sta prendendo per i fondelli. Il saggio Franco aggiunge infine una sacrosanta verità: “Ma la gente (che lo sappia o no) non ha affatto bisogno di riscontrarsi, deve anzi librarsi di quello che crede falsamente di essere, deve perdersi in qualcosa che gli dissoci la realtà riscontrabile e gli dia la possibilità di rinnovarla e rinnovarsi. La musica non deve servire a scaricare le energie, al contrario deve ricaricare di energie, per poterle poi utilizzare in tutti i momenti prioritari della vita.” Ed è esattamente questa la filosofia che sta alla base del mio fare musica e scrittura; offrire a chi mi ascolta/legge degli input attivi, degli stimoli e delle visioni che possano fornire nuove energie, idee e punti di vista, più che un passivo rispecchiarsi a tutti i costi in quello che sono e dico.

Non mi piacerebbe quindi essere Jovanotti, mi piaccio come sono, con il mio amore per la musica raffinata, i film lenti e la scrittura onirica. Allo stesso tempo però, da bravo uomo dei dadi (vedi qui), anelo a esplorare il contrario di me, a essere più diretto e alla portata di un pubblico diverso con il quale desidererei comunicare. Ma mi piacerebbe farlo alle mie condizioni, non essendo Jovanotti ma essendo me stesso, con tutte le cose che mi caratterizzano e che ho da dire. Ma se sono solo me stesso mi contraddico, non sono più l’uomo dei dadi sempre pronto a mutare personalità. E allora come si fa? E soprattuto, a questo punto chi sarà mai questo “me stesso” di cui sto parlando?

La musica non si paga, la scrittura si.

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Vasilij Kandinskij – Linee oblique

Ultimamente mi viene spesso posta una domanda: “come mai in questo periodo sei così attivo con la scrittura e sembri esserti un poco dimenticato di far dischi?” La risposta è semplice. Negli ultimi venticinque anni mi sono dedicato in maniera costante alla musica, ho sacrificato tempo e affetti, ho realizzato decine di album, fondato una ridda di progetti, collaborato con un enorme numero di musicisti, esplorato generi e sonorità, girato il mondo per concerti. Ora però è come se sentissi che è venuto il momento di prendersi una piccola pausa.

In realtà ho un nuovo album pronto, un lavoro al quale mi sono dedicato anima e corpo insieme a una fantastica schiera di collaboratori, un disco a suo modo rivoluzionario che uscirà in autunno e che non vedo l’ora di portare dal vivo. Allo stesso tempo avverto però che sempre più è la scrittura a chiamarmi. Sento che scrivere mi avvicina maggiormente agli altri. Ho un enorme bisogno di condividere idee e stimoli e ho sempre pensato che la musica potesse farlo in maniera immediata, invece mi sbagliavo. La musica, o meglio, la mia musica, parla solo a una ben determinata fascia di persone. Per me è sempre stato un piacere avere tale pubblico, fedele e appassionato, ma sono troppo desideroso di comunicare in maniera aperta per accontentarmi. In queste settimane mi sto accorgendo che i racconti delle “Storie notturne” colpiscono le emozioni di chiunque li legga in maniera più diretta, più ampia e con meno paraocchi di quanto non faccia la musica. Se si sa che io suono prog solo una categoria di ascoltatori si avvicinerà a me, se si sa che io scrivo chiunque, potenzialmente, potrà interessarsi alla mia proposta. E per me, in quanto artista, questo è un intero universo che si spalanca.

C’è poi un altro discorso da affrontare, più materiale e terra-terra. Grazie allo scrivere riscopro una fattore importante: quanti desiderano leggere ciò che scrivo devono comprare il libro. Non ci sono scorciatoie. Al giorno d’oggi so bene che appena uscirà un mio disco – nonostante la grande cura e le forze che la casa discografica metterà in campo per proporre un prodotto di alto livello – questo dopo poche ore finirà in streaming su YouTube, su Spotify… oppure si potrà scaricare. In poche parole sarà immediatamente per tutti. Gratis. Sempre meno pagheranno per il mio lavoro, sempre meno muoveranno un dito per procurarselo (giusto quello che clicca sul mouse), sempre meno metteranno in moto la propria passione e il proprio desiderio per accaparrarsi l’oggetto, vinile o cd che sia, per il quale io e le persone che lavorano con me abbiamo speso tempo,  fatica e danaro. La maggioranza lo ascolterà in rete, sulle casse del computer, una decina di volte al massimo e lo dimenticherà in breve, anche se si tratta del disco più rivoluzionario io abbia mai concepito. La portata della rivoluzione non arriverà, perché ci sono mille altre cose da ascoltare e non c’è tempo per fermarsi a riflettere sul valore di un’opera. Esce, gli si concede quel minimo di attenzione e dopo poco si passa ad altro. Siamo sommersi da un flusso ininterrotto di musica che nessuno assimila più, un eterno sottofondo che non va da nessuna parte.

Ho avuto, e ho tutt’ora, grandi soddisfazioni dal mondo delle sette note, e farò di tutto per continuare a spargere il mio messaggio sonoro in ogni dove. Ma uscire ogni tanto dalla macchina infernale che la musica ha generato non può che farmi bene, per respirare un po’ di aria nuova, per parlare al cuore di persone diverse, per rendermi conto che esiste ancora la passione per un oggetto artistico che se vuoi fare tuo devi comprare, remunerando il lavoro di chi lo ha creato. Che è un lavoro come altri e come tale merita di essere pagato, non rubato.

Me stesso? Che noia!

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Lucius Rhinehart è un affermato psicologo nella New York dell’estate 1968 che col tempo ha perso la passione per la sua professione ed stufo dei soliti metodi. Il suo matrimonio si sta inoltre avviando verso una crisi, gli amici sono sempre gli stessi, gli stimoli mancano e la vita si trascina stanca e senza mordente.
Una sera, al termine dell’ennesima partita di poker, spinto da un irrefrenabile desiderio nei confronti della sua vicina di casa, moglie del suo migliore amico nonché collega, Lucius decide di affidare a un dado il suo farsi avanti o meno con la donna. Il lancio gli offre un responso positivo così Lucius si butta, e gli va bene.
Da quel momento lo psicologo decide di affidare la sua intera vita al dado. Prima gli assegna scelte di poco conto, poi via via si impone interi cambi di personalità a seconda di ciò che il gioco gli comanda. Volta per volta diviene quindi un folle, un barbone, un fervente religioso, un ateo impenitente, un eterosessuale, un omosessuale, uno scienziato, un personaggio aggressivo o alquanto mite, un bianco, un nero, un marito modello, un marito fedifrago, un assassino, Gesù Cristo. Questo e molto altro in un crescendo di delirio sempre ironico ma alquanto lucido nel mostrare quello che tutti potremmo essere, basterebbe volerlo.

 

“L’uomo dei dadi” dell’americano George Powers Cockcroft, in arte Luke Rhinehart, è un libro di culto uscito negli Stati Uniti nel 1971 e pubblicato in Italia nel 1973 (dal 2004 circola un’edizione curata da Marcos Y Marcos, nell’ultima ristampa c’è anche un dado in omaggio). Il volume scivola dalla satira al grottesco ma riesce a essere anche una sorta di trattato psicanalitico decisamente illuminante, se si va oltre la patina di ironia dissacratoria di cui è composto. Lo scorso anno, quando mi è capitato per la prima volta tra le mani, sono rimasto sconvolto dalla sua lettura, vi spiego perché.

Personalmente mi capita spesso di essere stanco del “solito me”, del personaggio che da sempre impersono, di ciò che, per educazione e percorso di vita, sono diventato. Mi vado stretto. A voi non capita mai? C’è una frase che non mi è mai stata simpatica “Io sono fatto/a così”, solitamente pronunciata da persone che non intendono mutare di un centimetro il proprio carattere e che si barricano dietro tale supposta coerenza per mettere in atto tutto il loro essere statiche, ignavi e anche molto noiose. Io credo fermamente invece che tutti noi possiamo, se lo vogliamo, essere anche molto altro. Possiamo esplorare altri modi di essere noi stessi. La pseudo autobiografia del dottor Rhinehart porta a livelli parossistici la cosa ma nella sua essenza svela quanto siamo schiavi delle nostre personalità. A volte basterebbe veramente affidarsi al caso (e dotarsi di coraggio) per trasformarsi in qualcun altro. Questo ci aprirebbe a nuove realtà, potremmo provare sulla nostra pelle quello che provano tutti quelli che sentiamo distanti da noi. Sono timido? Il dado mi da coraggio per essere un non-timido. Ho paura del diverso? Mi trasformo nel diverso, mi metto nei suoi panni, capisco quello che prova e scardino le mie chiusure. Non vado d’accordo con una persona? Divento quella persona e cerco di comprendere sulla mia pelle il suo punto di vista. Mi annoio di me? Divento un altro.

Detta così pare semplice, me ne rendo conto, e far forza su quelli che sono i meccanicismi (e le catene) della propria personalità non è certo il gioco che Luke Rhinehart mette in atto tra le pagine del suo romanzo. Ma il libro dovrebbe essere solo il pretesto per pensarci un poco sopra. Siamo veramente “Io sono fatto/a così” o è solo una bugia che ci raccontiamo, un paravento che usiamo quando non vogliamo prenderci la responsabilità di entrare in empatia con altre situazioni e persone?
“L’uomo dei dadi” cerca una risposta a questa annosa domanda e personalmente da quando l’ho letto non sono pochi i momenti in cui, dado o non dado, sento il desiderio di uscire dal mio me stesso abituale per indossare altri caratteri. Del resto sono abituato, con la musica, a esplorare mondi diversificati, quindi perché non traslare un esperimento artistico in uno umano per rendersi veramente completi e finalmente liberi dalle proprie auto-imposte catene?

 

Pensateci, e nel frattempo non fatevi scappare “L’uomo dei dadi”, vi divertirà e vi metterà in crisi come solo le grandi opere devono sapere fare.

Dell’ascolto

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Pierre-Auguste Renoir – Due donne in conversazione (Confidenze; Le due inseparabili), 1878
Ultimamente quando sono per strada e scorgo due persone che parlano mi soffermo a studiare il viso, l’atteggiamento e le movenze di colui/lei che ascolta. E mi piace farlo anche mentre guardo un film, osservo un attore mentre ascolta il suo interlocutore. A volte è difficile non farsi prendere dall’abitudine di puntare il proprio interesse sul protagonista della scena, colui che muove la bocca, ma se si riesce a sfuggire a questa abitudine e ci si concentra sul partner si aprono interi universi. Fateci caso.
Al netto delle mie osservazioni dirò che ci sono due tipi di ascoltatore: quello che dimostra un reale interesse, e quindi tace e si abbevera di ciò che gli sta essendo comunicato, e quello che palesemente non sta assorbendo una parola e sta solo aspettando con ansia il momento di dire la sua.
Ascoltare è un’arte difficile e sempre più rara ai nostri giorni, la smania di volere a tutti i costi dire, dire e ancora dire, senza curarsi di chi ascolta, sta raggiungendo livelli di guardia. E’ quindi inconsueto trovare degli ascoltatori attenti e motivati. Ma quali sono le qualità di un’ascoltatore professionista? Anzitutto una vivida curiosità per l’intero scibile umano. Ciò gli permetterà di interessarsi anche alla più minuscola facezia facendola divenire humus fertile per la propria conoscenza e stimolo per domande. Le domande sono il fattore che differenzia un ascoltatore distratto, o semplicemente gentile, da un ascoltatore serio. Le domande che l’ascoltatore serio propone potranno essere le più svariate atte a sviscerare e approfondire l’argomento di cui si sta discutendo. Tali domande faranno inoltre sentire importante colui che parla, interessante in ciò che ha da dire. Attenzione però! In un mondo ideale a questo punto dovrebbe scattare un gioco di ruoli che si ribaltano elasticamente; l’ascoltatore si interessa e fa domande, il parlatore risponde e dopo poco cerca di scoprire anche il punto di vista dell’ascoltatore. Messo in moto questo meccanismo sarà tutto un dare e avere e non ci saranno più differenze tra chi parla e chi ascolta.
La realtà purtroppo prevede che i ruoli siano sempre statici e immutabili. Chi parla troppo continuerà a farlo senza curarsi di avere esondato gli argini, chi è portato per l’ascolto farà il suo mestiere rammaricandosi di non sentirsi invitato (e quindi motivato) a intervenire. C’è anche una terza via: quella dall’ascoltatore che a un certo punto si infuria e irrompe violentemente nella discussione dicendo la sua e lasciando per qualche istante il parlatore a bocca aperta. Ma non preoccupatevi, il parlatore professionista conosce bene il suo mestiere e superato lo stupore iniziale tornerà padrone del campo in poche mosse. Al povero ascoltatore non resterà quindi che tornare a fare ciò per cui è più portato.
Al netto di tutto questo ho la certezza che sarà comunque sempre l’ascoltatore ad assicurarsi il bagaglio di stimoli più ampio. Bagaglio che non avrebbe se non sapesse ascoltare così bene. Viva quindi l’ascolto, e chi parla tanto ci faccia un pensierino a ribaltare ogni tanto il proprio ruolo (ma non troppo, sennò l’ascoltare cosa ascolta?)