Andrea Tich – Una cometa di sangue (Snowdonia/Interbeat 2014)

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L’altra sera, dopo una giornata milanese trascorsa incontrando vecchi amici e facendo un po’ di turismo, tornavo a casa nella notte mentre in macchina scorrevano le note del nuovo album di Andrea Tich, “Una cometa di sangue”. In realtà già da qualche settimana avevo avuto occasione di apprezzare il disco ma l’ennesimo riascolto nella notte mi ha spalancato ulteriori sensazioni e mi ha fatto capire quanto quest’opera d’arte sia preziosa e importante.

Andrea, con il quale avevo avuto occasione di fare due chiacchiere nel pomeriggio, mi aveva detto “è il mio ‘White album’”. Ed è vero! Un’opera che di primo acchito potremo definire ciclopica, la bellezza di ventiquattro tracce sparse in due cd per quasi due ore di musica. Ma mai, che io ricordi, l’ascolto di un doppio album è stato così leggero e scorrevole alle mie orecchie. Leggero ma profondo perché ogni tassello di questa epopea è a suo modo un piccolo universo dalle mille sfaccettature in cui è meraviglioso perdersi. “Una cometa di sangue” è un susseguirsi di pezzi di vita di una bellezza commovente, un caleidoscopio che cattura e incatena l’ascoltatore grazie a un songwriting decisamente al di sopra della media, un gusto melodico mai banale, discrete pennellate strumentali (da segnalare il moog che spesso e volentieri arriva a proghizzare il tutto), un pizzico di svagata psichedelia, molto pop dal gusto vintage (ma al tempo stesso modernissimo) e una voce sempre carezzevole che narra di un soffice mondo di cose importanti, comunicate con garbo e anche un po’ di ironia. Se dovessi cercare i due momenti più alti direi “Canzone per Enzo” e “Strade di città (che non conosco)” ma alla fine credo non sia giusto estrapolare canzoni qua e la, è tutto il disco che va preso come un unicum e va gustato perdendosi tra le sue avvinghianti spire sonore. Per i fans dei “ma chi ricorda?” potremo cercare accostamenti, con Battiato, Rocchi, persino con l’insospettabile Morgan (quando questi ancora era dotato di lucidità), ma non renderebbero giustizia a un lavoro che è 100% Tich e che proviene da un mondo colorato che attende solo voi per popolarsi.

Per me disco del 2014 nonché una della massime uscite italiane degli ultimi anni.

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Genova per me

Capitolo tratto da “Ma che musica suoni?” (Zona Editrice 2014)

MA-CHE-MUSICA-SUONI---solo-prima

17 Luglio

L’avevo detto e l’ho fatto. Sono le 8.38 e sono sul monte Figogna, davanti al santuario della Madonna della Guardia che con il suo ampio piazzale domina la Valpolcevera dai suoi 808 metri di altitudine. C’è un po’ di foschia e il clima non è afoso come in città, anzi, in questo momento solo con addosso camicia, pantaloncini e sandali sento decisamente freddo. Nonostante ciò sono qui a scrivere come mi ero ripromesso, in un silenzio assoluto e in un’atmosfera di grandissima pace. Sono seduto su una panchina in pietra nel grande piazzale antistante il santuario. L’erba è poco curata e in fondo al piazzale vi è una specie di altare che in realtà serve a mostrare la direzione geografica di alcune delle principali città del mondo: Roma, Londra, Parigi, New York. Il piazzale si affaccia sulla città sottostante e sull’immenso mare. C’è parecchio vento e devo dire che stare qui seduto a scrivere non è la piacevole impresa che avevo immaginato, lo avessi saputo mi sarei portato qualcosa di più pesante da indossare. Ma queste righe valgono bene un po’ di freddo.

Ieri pomeriggio dopo il lavoro sono andato in centro a piedi. Da Cornigliano, luogo ove ha sede lo studio di registrazione, al centro città sono circa sette chilometri e spesso percorro questo strada a piedi. Mi piace molto camminare, mi libera la mente e mi rilassa. Camminare, insieme al correre è un’attività terapeutica utilissima a scaricare le tensioni e uno dei migliori modi per farsi venire in mente delle idee. Certo, il percorso non può dirsi idilliaco; cemento in ogni parte, macchine, camion, strade affollate, rumore e smog. Nonostante ciò, se si riesce a settare il cervello in modo da non farsi toccare più di tanto dal caos cittadino, Genova sa mostrare molti suoi bellissimi lati nascosti.

La partenza da Conigliano mostra i resti della gigantesca acciaieria che diede lavoro a mio padre, ora ridotta ai minimi termini e demolita. Al suo posto un campo immenso e brullo che si affaccia sul mare, con molti containers e grandi progetti da qui a tot anni che prevedono un ospedale, l’inevitabile centro commerciale, una nuova strada e un porticciolo. Cornigliano fino agli anni trenta del secolo scorso era considerata una delle perle della Liguria, con grandi spiagge, hotel e centri benessere. Poi l’arrivo dell’Italsider contribuì a deturpare in pieno i due chilometri di costa della delegazione. Quando ero bambino le acciaierie erano parte di un’immensa città nella città fatta di magazzini, altiforni, uffici, scambi ferroviari, strade… ora quasi tutto è stato demolito o smantellato e solo una piccola parte dell’attuale ILVA lavora ancora a pieno regime. Se non fosse stato per quella fabbrica io non sarei qui. Oppure ci sarei lo stesso, chissà…

Spostandomi verso il centro arrivo a Sampierdarena, attraverso via Cantore con i suoi portici, una volta centro della bella vita genovese e ora malandati, sporchi e con i negozi quasi tutti chiusi. Se però lascio la via principale e mi inoltro nelle piccole stradine alternative che vanno verso il mare ecco che un mondo perduto si apre e ancora riesce a stupirmi. Calzolai, barbieri con le foto di acconciature di quarant’anni fa, bottegucce per gli alimentari, negozi di elettrodomestici, sartorie. Tutti inevitabilmente con pochi clienti; il centro commerciale è vicino quindi la sopravvivenza per questi piccoli esercizi è assai dura. Guardandoli sembrano venire da altri tempi e altre realtà. È così strano che ancora possano esistere, bellissimo ma fuori dal tempo. Anche io oramai forse mi sono troppo abituato alla logica del centro commerciale e queste bottegucce non sembrano altro che simpatici reperti di ere passate mentre così non è e non deve essere. Qui c’è gente che lavora duramente e queste realtà devono essere preservate, per chi vi ha speso la sua esistenza e anche per mantenere una sorta di poetica in queste piccole delegazioni. Se tutto ciò è destinato a sparire cosa rimane di questa città? Divertimentifici, aree di plastica, supermercati, desolazione, deserto.

Costeggiando il mare la strada arriva nei pressi del porto, nella zona di Dinegro. Il porto è immenso, le navi gigantesche. Navi da crociera dotate di ogni comfort immaginabile, luminose e imponenti. Ora sono lì a dormire nell’attesa del risveglio, nell’attesa di solcare ancora i mari, sospese sopra abissi che non conosceremo mai mentre a bordo la vita impazza. In cuffia un album dei Kraftewerk. Penso che la tanto evocata originalità che da più parti viene data per defunta derivi tantissimo anche dal tipo di strumenti musicali che si usano. Se non ci fossero stati i sintetizzatori i Kraftwerk che musica avrebbero fatto? Sarebbe stata altrettanto originale? Oggi che tutti gli strumenti sembrano essere stati inven- tati quali nuovi suoni possono rendere originale una composizione? Ci sono nuovi suoni ancora da scoprire? Secondo me si, forse ci siamo stancati di cercarli ma non vedo perché proprio la nostra era, questi anni nei quali stiamo vivendo, debba segnare la fine dell’originalità. Se tutto va bene prima dell’estinzione del sole dovranno passare ancora almeno sei miliardi di anni. Vogliamo dire che da ora a sei miliardi di anni tutto sarà una rimasticatura delle cose fatte in precedenza?

Le gru, le navi attraccate, le banchine, i vecchissimi e dismessi magazzini, i piccoli bar con ancora i juke box con i quarantacinque giri degli anni Settanta, i pescatori che al mattino presto mettono il pesce in vendita davanti ai vecchi moli, i vicoli strettissimi che puzzano di fogna e di urina, i topi grandi come gatti, le prostitute presenti a ogni ora del giorno e della notte, le piccole kasbah con i prodotti di luoghi lontani, i discorsi e le urla in mille lingue diverse, le farinaterie, il pesce fritto, le torte di verdura e altre specialità genovesi, il porto antico rimesso in sesto nel 1992 in occasione dei cinquecento anni della scoperta dell’America, il museo del mare, l’acquario… Tutto questo è la zona tra via Gramsci, via Prè e piazza Caricamento. Quando ero bambino mio padre conosceva un barbiere in via Prè e ogni tanto al sabato mattina lo andava a trovare portando anche me. Non so come mai ma in quegli anni via Prè pullulava di negozi che trattavano alta fedeltà, materiale fotografico, video e altro simile. Vedendo tutti quei luccicanti hi-fi tempo dopo mi venne la voglia di possederne uno per ascoltare la musica ad alto volume e con fedeltà assoluta del suono. Ora tutti quei negozi non ci sono più, sostituiti da cineserie, kebab e altri luoghi simili. Nulla di male in tutto questo, anzi la zona è diventata ancora più colorata e internazionale, solo mi chiedo come sia possibile che nemmeno uno di quei fantastici negozi di materia- le elettronico sia potuto sopravvivere… Poi via Del Campo che piuttosto che ricordarmi De André mi fa venire in mente tutti gli album acquistati da Black Widow, piccolo negozio contenete immensi tesori che dal 1990 contribuì al mio approfondimento dell’universo rock-progressivo.

Raggiunta Piazza Caricamento e superata piazza Banchi, con le sue bancarelle di libri e dischi usati, i vicoli si inerpicano in salita fino ad arrivare nella centralissima Piazza De Ferrari, con i suoi austeri palazzi e il teatro Carlo Felice che ogni anno rischia di chiudere per mancanza di fondi. Da lì la strada prende una lieve discesa mente si percorre via Venti Settembre, la via principale di Genova. Con gli immancabili portici e tutti i negozi scintillanti in bella mostra. Se a un certo punto prenderete una deviazione sulla sinistra percorrerete via San Vincenzo, con le sue ottime focaccerie e con l’unico negozio di dischi sopravvissuto nella zona centrale di Genova, Disco Club, con l’immenso Gian, personaggio che sembra appena uscito da un libro di Nick Hornby. Presso il suo negozio intorno al 1987 acquistai uno strano disco con una bellissima copertina raffigurante due volti dall’espressione serena che guardano verso il basso una piccolissima figura immersa in un panorama lacustre e lunare. Non conoscevo gli autori di quel disco ma quella copertina mi affascinò al punto che lo acquistai a scatola chiusa. Erano gli Enid e l’LP era “In the region of the summer stars” nella versione ri-registrata nel 1984 (il disco originario, con copertina diversa, è del 1976). Tornato a casa misi l’album sul piatto e rimasi a bocca aperta nel constatare che la musica contenuta tra i solchi era l’esatto corrispettivo dell’immagine di copertina. Lieve ma allo stesso tempo potente e sinfonica, malinconica e serena. Quel disco diventò in breve uno dei miei favoriti di ogni tempo e ogni volta che lo ascolto mi dona le stesse struggenti sensazioni.

Superata via San Vincenzo e lasciata sulla sinistra l’imponente stazione ferroviaria di Brignole mi ritrovo in piazza Della Vittoria. Enorme spazio con al centro un grande monumento ai caduti di guerra. Essendo come al solito in anticipo rispetto all’ora del mio appuntamento mi siedo negli scaloni ai piedi del monumento e leggo qualche pagina de La fine dell’eternità di Asimov. Ogni tanto mi guardo intorno, osservo la vita che scorre e poi mi rimetto a leggere mentre dall’iPod le note di William Basisnski e del suo ultimo album “Nocturnes” creano un universo notturno dentro me, pur in pieno giorno.

Ecco, per oggi credo possa bastare. Nonostante la foschia si sia diradata e il sole abbia fatto capolino, quassù il vento freddo non accenna a diminuire. Sono però contento di avere scritto in questo luogo il mio pic- colo reportage di una camminata per le vie di Genova. Tante sensazioni mi sono venute alla mente e il grande silenzio le ha favorite. Ora chiuderò il computer e lo metterò nello zaino, mi alzerò, farò un piccolo giro in chiesa, darò un’occhiata al museo degli ex-voto e poi tornerò giù in città per una strada tra i boschi che mi porta direttamente a Cornigliano, pronto per la giornata lavorativa. Ieri mentre leggevo il libro di Asimov e ascoltavo Basinski mi sono accorto che il segnalibro riportava la pubbli- cità del libro Ogni cosa è illuminata. Non me ne ero accorto, eppure lo stavo usando già da qualche giorno. È vero, ogni cosa è illuminata.