IN/OUT – o la fine dell’amore)

 

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Mai come di questi tempi le relazioni interpersonali stanno avviandosi verso una decisa trasformazione. Timore di innamorarsi, timore dell’altro/a, timore di legarsi a situazioni durature, timore di mostrare se stessi nel profondo, timore di guardare l’altro/a nel profondo. Il sentimento ha ceduto il passo a un totale individualismo che rende difficile affrontare quelli che sono gli aspetti “sacrificali” dei rapporti. In passato i nostri avi vedevano le unioni matrimoniali come sorta di strada già segnata nella quale lo stare assieme e costruire una famiglia sovrastava ogni cosa. Davanti a ciò ogni crisi o incertezza venivano semplicemente messe a tacere nel nome della forza dell’unione. Non importava andare d’accordo, non importava essere felici o realizzati, l’importante era restare assieme “fino a che morte non vi separi”. Con il benessere, le tecnologie e i media degli ultimi cinquant’anni tali credenze sono state via via scardinate nel nome del benessere personale. Oggi in primis si pensa alla propria realizzazione, e solo dopo si prova ad avventurarsi in qualcosa di duraturo. Nel mezzo ci sono storie che nascono e muoiono nel giro di poco tempo, frustrazioni, cose non dette, sentimenti spezzati, gelosie castranti, silenzi interminabili, spiegazioni non date, figli sbalestrati… I media hanno imposto un’immagine di eterna giovinezza nella quale l’essere umano è sempre pronto a nuove avventure e il mondo dei social network ha reso ancora più palpabile questa filosofia unendoci tutti in una gigantesca rete nella quale siamo sempre connessi. Perché non potere quindi fare esperienza con le migliaia di individui con i quali ogni giorno potremmo entrare in contatto? Perché legarsi a un solo partner? Perché limitarsi quando c’è un universo intero a portata di click?

Dell’estrema confusione di questo periodo parla “In/Out”. La dualità del titolo si riferisce al fatto che da una parte vorremmo essere presenti e costruire qualcosa con un’altra persona (in), dall’altra siamo costantemente distratti e impauriti; non riusciamo a esserci (out). Questa frantumazione crea la crisi. Le canzoni presenti raccontano della fine di un’era e del cambiamento che siamo tutti chiamati ad affrontare, nessuno escluso. Parlano di amori sempre in bilico tra l’esserci e il non esserci, tra il volersi dare totalmente e il volere fuggire. Ho osservato a lungo amici e altre persone a me care in questi due ultimi anni, io stesso sono stato testimone della perdita di più punti di riferimento. Di pensieri e avvenimenti che hanno segnato la mia “stabilità amorosa”. Sono sempre stato una persona dai grandi ideali quando si parlava di sentimenti ma mi rendo conto che col tempo comincio a pormi moltissimi dubbi e quesiti, e non so più se veramente voglio inabissarmi nel mare torbido e affascinate dell’amore o se voglio restarne fuori a godere dell’”amata solitudine”.

Musicalmente “In/Out” si fa specchio della rivoluzione in corso, la musica è dentro e fuori se stessa. Ne vengo da esperienze legate al progressive rock, un genere che da forma estrema di rivoluzione in musica, grazie all’unione di elementi e stili diversi, è via via diventato territorio stagnante per nostalgici dei bei tempi che furono. La strada del mio futuro prevede la non dimenticanza della potenza del rock fusa assieme a qualcosa di impalpabile, liquido. La canzone che diventa movimento, progredisce realmente, perde i suoi punti di riferimento e si presta a sorprendere l’ascoltatore minuto dopo minuto, inglobando a se universi disparati di suoni e colori. “In/Out” si pone come primo disco di reale progressive italiano degli anni duemila.

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