Una storia #1

Sono nato a Genova ma i miei genitori sono entrambi siciliani trasferitisi a Cornigliano, delegazione del capoluogo ligure, negli anni Cinquanta. Dopo essere partito dalla Sicilia in cerca di fortuna e avere passato un periodo nelle miniere di Carbonia (CI) mio padre trovò infatti lavoro all’Italsider (l’attuale ILVA) in qualità di operaio, mansione che ricoprì per più di trent’anni. Di lì a poco lo raggiunse mia madre assieme a mia sorella e a mio fratello, all’epoca bambini. Un bel po’ di anni dopo, del tutto inaspettatamente, nacqui io.

 

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Sono cresciuto in una famiglia che, seppur trapiantata a Genova, aveva conservato le abitudini – e spesso anche il dialetto – del luogo da cui proveniva. Questo mi ha portato a osservare la cultura genovese un po’ dall’esterno sentendomi da sempre un “mezzo-genovese” ben fiero di esserlo (visto che a volte il genovese DOC sa essere chiuso e molto diffidente nei confronti dei “foresti”). Spesso la Genova conosciuta nel resto d’Italia è quella di De André; vicoli, prostitute, porto, pesto e focaccia. Non ho mai sposato appieno questa visione della città, per questo non amo molto il De André “genovese”, molta cartolina e un romanticismo un po’ spicciolo visto da un’ottica borghese. La “mia” Genova è un po’ diversa, fatta di angoli realmente sconosciuti, di antichi palazzi nobiliari, di proletarie periferie e fabbriche in rovina, delle bellissime colline alle sue spalle, della sua natura ove l’uomo ha un ruolo non primario. A una visione dei – pur affascinanti – vicoli preferisco un panorama della città e del mare immenso visto dalle alture del Righi o del monte Fasce. Da qui parte una gran fetta di ispirazione per la mia musica.

 

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Quando ero un bambino di 9-10 anni ero solito bazzicare una sorta di circolo ricreativo (denominato C.R.A.L.) messo a disposizione dall’Italsider ai suoi dipendenti. Mio padre si recava lì ogni pomeriggio libero, adorava farsi una partita a carte coi colleghi in un salone che ricordo traboccante di fumo di sigarette. A volte, specie nelle giornate invernali – quando le finestre restavano chiuse, il fumo creava una nebbia così fitta che a stento si riconoscevano i tavoli a poca distanza l’uno dall’altro. Nel circolo era presente un bar, la suddetta sala delle carte, un cinema/teatro, una sala lettura con i quotidiani del giorno, una biblioteca, una sala tv, una sala biliardo e un giardino dotato di campi da tennis. Spesso al pomeriggio, dopo avere finito i compiti, mi recavo al circolo e girovagavo solitario per i suoi anfratti osservando tutto e tutti. Ricordo ancora perfettamente molti dettagli e soprattutto ricordo le domeniche pomeriggio al cinema. Le proiezioni erano gratuite per i dipendenti Italsider e i film erano spesso di grande qualità. Oltre ai vari Fantozzi del caso non erano infatti rare le visioni di capolavori di Kubrick, Bergman e molti altri. Un pomeriggio vidi per la prima volta il “Solaris” di Tarkowskij e chiaramente non ci capii nulla, anzi probabilmente mi addormentai. Però le immagini di quel film continuarono negli anni a sedimentare dentro me fino al giorno in cui, anni dopo, mi decisi a riscoprirlo e a farlo diventare parte integrante della mia esistenza.

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Un altro luogo che mi vedeva sempre presente era la biblioteca. Stracolma fino ad altezze impossibili essa conteneva tonnellate di volumi. Ricordo che a volte mi veniva una sorta di smania di volere leggere tutto. Allora prendevo una decina di tomi di vario genere e li portavo a casa. Alla fine quelli letti erano sopratutto i fumetti, gli altri li trovavo sempre troppo impegnativi e i miei propositi andavano a farsi benedire. Ma averli lì in bella mostra mi piaceva, amavo essere circondato dai libri, mi dava conforto e sicurezza

 

Quando frequentavo le scuole elementari non erano rare le volte nelle quali venivamo condotti al cinema del suddetto circolo ad assistere a film o spettacoli teatrali in qualche modo utili alla crescita intellettuale di noi bambini. Ricordo una grigia mattinata dell’inverno 1978, stavamo guardando alcuni bellissimi cortometraggi d’animazione di Emanuele Luzzati, uno in particolare lo ricordo bene, legato all’opera di Rossini “La gazza ladra”.

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Improvvisamente la cinepresa si spense, le luci in sala si accesero e tutti noi fummo fatti sgombrare e mandati in fretta a casa. Un uomo molto importante era stato rapito e l’allerta da parte delle forze dell’ordine era ai massimi livelli. Posso ancora avvertire il clima di terrore di quei giorni. Sentivo dire che c’erano sparatorie e bombe ovunque, gente che non c’entrava nulla veniva colpita, giovani insospettabili si trasformavano in terroristi… C’erano nell’aria una tensione e un’angoscia palpabili, uscire di casa sembrava diventata la cosa più pericolosa del mondo. Un anno dopo un collega di mio padre fu assassinato perché aveva denunciato la distribuzione di volantini sovversivi all’interno della fabbrica e proprio nel teatro del C.R.A.L fu esposta la sua salma per rendergli omaggio.

I Funerali di Guido Rossa

Oggi il circolo non esiste più, in parte demolito per lasciar spazio a un supermercato, in parte adibito a uffici, in parte lasciato al degrado. Ci sono passato stamattina, dalla strada si vedono le imposte della sala delle carte oramai chiusa da tempo, ho provato a guardare dentro ma al di la delle inferriate e dei vetri c’era solo oscurità. Io so però che tra il buio e la nebbia del fumo di sigarette mio papà è ancora lì a giocare la sua quotidiana partita a ramino.

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Musica? Musica!

Quasi giornalmente mi scrivono giovani artisti per sottopormi il loro materiale e/o per chiedermi consigli. Io sono onorato di tutta questa attenzione e dedico sempre parte del mio tempo all’ascolto e alle risposte. L’altro giorno un ragazzo mi ha domandato un parere su quale dovrebbe essere il punto di svolta per far decollare una carriera e cercare di vivere di musica, in un momento come quello attuale ove tutto sembra una pallida rimasticatura di cose già fatte. Incollo qui la mia risposta che spero possa essere utile a coloro i quali interessi cercare di spiccare il volo nel mondo delle sette note.
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“Ciao xxx, piacere di conoscerti. Poni questioni molto delicate per le quali ti illustro il mio opinabilissimo punto di vista. Anzitutto se si vuol fare musica bisogna guardare dentro se stessi e cercare di capire per chi e per cosa la si sta facendo. Se si scopre che dalla musica si vuole il successo o pensare di viverci a tutti i costi si è fuori strada. Se invece si sente nel profondo che la musica è ciò che è essenziale e irrinunciabile per esprimersi allora le cose saranno più definite. Non semplici ma almeno chiare. Se poi verranno il successo e il ‘viverci’ sarà bello, ma saranno conseguenze, non punti di partenza. Detto ciò, di svolte perché una carriera decolli ce ne sono molte non solo una. Sono gradini che si fanno fino al raggiungimento della meta. Io credo di averne fatti alcuni, faccio musica da oltre 20 anni e mi sono guadagnato una fetta di pubblico fedele in tutto il mondo, ma la scalata è ancora lunga. Maggiore sarà l’impegno in ciò che fai, credendoci al 100%, più i risultati arriveranno. Chiaramente non basandosi solo sul proprio gusto; se io vedessi che quello che propongo non piace, è mal recensito, nessuna casa discografica mi considera, i dischi non interessano, ecc… dovrei farmi un esame di coscienza e capire dove sbaglio. Appurato che quello che fai interessa a qualcuno bisogna capire perché fai proprio certe cose, a chi e a quanti possono piacere. Se io avessi il talento di scrivere pezzi pop che spaccano arriverei a milioni di persone, ma il mio talento è quello di scrivere cose più ‘concettuali’, diciamo, quindi arrivo magari a migliaia di persone, non certo a milioni. E non posso aspettarmi lo stesso successo di massa che ha uno che fa pop. Quindi l’altro segreto è quello di cercare di non pretendere più di quello che si è in grado di dare. Io poi sono convinto che il prog debba e possa arrivare anche un pubblico più ampio, non solo quello degli appassionati, ma per far ciò il lavoro diventa triplo perché devo curare il pubblico che negli anni mi sono guadagnato e allo stesso tempo cercare di destare interesse in uno nuovo. Una cosa stimolante ma assai faticosa, potrei accontentarmi e chissenefrega. Ma se mi accontento tradisco la mia necessità di esprimermi con la musica, un esprimermi che non voglio sia ad appannaggio di pochi eletti ma bensì per il maggior numero di persone possibile. Ma come al solito dietro ci deve essere una convinzione assoluta su tutti i fronti, prodotti sempre più impeccabili e in qualche modo ‘rivoluzionari’. Per finire, il discorso che in giro ci sia musica che è sempre più una rimasticatura di se stessa al musicista non deve riguardare, esso porta avanti il suo messaggio e cerca di piazzare quello. Deve pensare in primis al suo di lavoro, non a quello di altri. Se ci riesce su tutta la linea avrà vinto, se non riesce vuole dire che qualcosa nel suo messaggio non va bene. E quindi dovrà mettersi costantemente in discussione e cercare di aggiustare il tiro. A volte le cose possono andare male per pura sfortuna ma credo che alla fine se una cosa è valida in qualche modo esca, questa regola vale sempre! E anche quello che a te sembra non valga non vuole dire non abbia un qualche punto di forza.”