Cinema!

Recentemente durante un’intervista mi è stato chiesto qual’è il mio rapporto col cinema. Ho quindi spiegato perché quest’arte è così importante per me e ho stillato una personale classifica di registi e film favoriti. Provo a fare un riassunto della cosa.

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Il cinema è l’arte che più amo dopo la musica, ex aequo con la letteratura. I film sono per me una grandissima fonte di ispirazione, in essi ricerco le stesse cose che ricerco nella musica e nei libri; una visione onirica, filosofica, surreale, esoterica, psicologica e a volte distopica della realtà. Gli artisti visionari, le persone visionarie in generale, sono perfetto pane per i miei denti. Mi piacciono anche le atmosfere di certo cinema francese, in particolare i film di Eric Rohmer, così meravigliosamente leggeri e profondi allo steso tempo. E infine impazzisco per l’ironia di registi come Kaurismaki, molto vicina al teatro dell’assurdo.

Ecco la mia top 10 registi + film:

Andreij Tarkovskij – Stalker
Werner Herzog – Fata Morgana
Ingmar Bergman – Persona
Francois Truffaut – Fahrenheit 451
Eric Rohmer – Racconti della quattro stagioni (4 film)
Stanley Kubrick – 2001: Odissea nello spazio
Pier Paolo Pasolini – Teorema
Alejandro Jodorowsky – La montagna sacra
Michelangelo Antonioni – Deserto rosso
Aki Kaurismaki – Ho affittato un killer

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Ragioni per esistere

A un certo punto della vita ci si rende conto che il tempo a nostra disposizione non è infinito. Banale ma vero. E ci si rende conto che abbiamo ascoltato, letto, visto, creato, conosciuto solo una scarsa percentuale di quello che vorremmo avere ascoltato, letto, visto, creato, conosciuto.

Possiedo migliaia di dischi, libri, film, e in molti di essi ho trovato un qualcosa che ha penetrato quasi perfettamente la mia anima, che mi ha dato certezze, che mi ha elevato, che mi ha insegnato a vivere. Ma come faccio a farmeli bastare? Come faccio a placare la mia fame di ricevere altri insegnamenti, di provare altre emozioni? E le persone? Ho viaggiato per il mondo, ho incontrato un numero straordinario di esseri umani e quelli interessanti li ho studiati, ho fatto domande, ho cercato in loro quella scintilla che cerco anche nell’arte. Quella scintilla in grado di mettermi in contatto con la pura essenza della realtà. Ma dove troverò il tempo per conoscere i miliardi di altri esseri che siano in grado di fornirmi illuminazioni? So inoltre che non saprò mai se avrò tirato fuori il meglio del mio meglio in ciò che faccio. A ogni musica che compongo potrà essercene sempre una migliore che potrà sgorgare un domani.

A fronte di queste domande ho due strade da percorrere: o mi fermo e mi faccio bastare tutto quello che ho appreso finora oppure continuo imperterrito nella mia ricerca fino allo sfinimento, fino a che il tempo a mia disposizione non sarà terminato. Per carattere so che percorrerò la seconda strada e che sarò un’anima inquieta per sempre. Quindi non mi spaventerò se dovrò cercare ancora in tonnellate di arte che non conosco la melodia, l’immagine, la storia che fanno per me. E se vorrò conoscere ancora milioni di persone. E spero che le persone siano aperte, che vogliano farsi conoscere, che vogliano farsi studiare e siano disposte a far si che io possa assorbire un poco delle loro vite. Perché per me è pura ispirazione e in fondo questa è la ragione della mia esistenza.

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Arte e suoi tormenti

Sono stato a vedere “Il Gabbiano” di Cechov, un’ottima produzione del Teatro Stabile di Genova. Quanto ci consuma l’arte che possediamo o non possediamo? Chi ne ha troppa soffre perché questa lo ossessiona, chi ne ha poca soffre perché anela all’esserne ossessionato. Chi ha il dono dell’arte sa che essa non lascia margini all’esistenza, si mangia tutto, non permette che altre passioni si frappongano, occupa l’intero spazio vitale. L’arte si serve dell’essere umano per mostrarsi al mondo, l’essere umano ne diventa schiavo e nulla può fare per spezzare queste catene. Fino alla morte l’arte lo terrà a se come suo “organo trasmettitore”. D’altra parte chi, per destino, non è atto a ricevere/tramettere arte si strugge, vorrebbe conoscere la chiave per questo dono assoluto. Ma l’arte gli cammina solo al fianco, si lascia sfiorare ma mai penetrare, offre piccoli assaggi di se e poi fugge. E questo continuo gioco a rincorrere la musa porta alla consunzione dell’uomo, che non si da pace, fino alle estreme conseguenze.

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Nel gioco dei protagonisti della sua opera Cechov lavora di cesello su ogni personalità e pone a coppie, su un’immaginaria bilancia, lo scrittore di fama e quello con poco talento, l’attrice famosa e l’aspirante tale. Oltre ciò tutta un’altra serie di personaggi che non ottengono mai quello che cercano, che fuggono fuori e dentro in cerca di risposte. Sullo sfondo il lago immobile, le luci cangianti del giorno e della sera che assistono a questo isterico teatrino di burattini in perpetuo struggimento. Mentre guardavo quelle scenografie e mi perdevo nella loro profondità, e mentre gli esseri umani si affaccendavano a cercare risposte alle loro affannose domande, pensavo che in quel paesaggio, in quelle luci, in quelle lontananze, c’era la risposta a ogni tormento. Ma questo era solo un’alibi per il mio continuo tormento.

Amore Onirico

Ieri ho registrato alcune nuove canzoni di cui vi racconto la genesi. Una mattina dello scorso anno ho imbracciato improvvisamente la chitarra e ho cominciato a cantare una serie di pezzi che fino a pochi istanti prima non esistevano. Spinto da un’improvvisa urgenza compositiva ho “partorito” in tempo reale otto canzoni già formate. E’ la prima volta che una cosa del genere mi succede e sono rimasto abbastanza sconvolto. Fortunatamente un registratore era lì acceso a immortalare un qualcosa che altrimenti sarebbe andato perso per sempre. Da dove sia venuto fuori questo materiale resta un mistero. Una cosa è certa, a livello di testi tutto ciò è lo specchio di una serie di pensieri e di ricordi che da tempo stagnavano in me.

All’inizio pensavo di pubblicare i pezzi così come erano usciti fuori ma la qualità sonora faceva veramente pena, così ho deciso di registrali da capo suonando tutti gli strumenti e arricchendoli di vari arrangiamenti. Il tutto sarà raccolto in un EP che vorrei intitolare “Amore Onirico”.

Non è materiale che potrà interessare al mio fan “prog-oltranzista”, amante unicamente del mio versante rock-sinfonico, ma per chi ha deciso di seguire il mio percorso a 360 gradi nella musica penso sarà materiale interessante. Il tutto nell’attesa del mio nuovo album che a livello di testi approfondirà alcune tematiche già presenti in queste canzoni.

Non so quando questi otto pezzi potranno essere pubblicati, ne’ chi potrà essere interessato a pubblicarli, ma lavorerò alacremente nelle prossime settimane per far si che ciò accada. In ogni caso li presenterò in una serie di date acustiche a partire da maggio, con il sottoscritto unico protagonista sul palco.

Qui sotto riporto i testi. Spero possano arrivarvi così come sono arrivati a me. Grazie.

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(Foto di Ivan Santovito)

CANZONE PER AVERE PAURA

La prima volta che ti ho incontrata
Avevi occhi come i miei da bambino

Poi sei andata via
A quegli appuntamenti
Sempre pieni
Dove tu non puoi mancare
Anche se non ti importa

“Amami ora! Stammi vicina, e non permettere che io ti possa odiare”
Lei mi diceva
Io non parlavo

La prima volta che ti ho toccata
Mi sarei messo a piangere
Solo tu eri viva

C’è molto ancora di cui parlare
L’amore ha stancato
C’è molto ancora di cui cantare

E la voglia di andar via
Che a volte mi prende
Anche quando sto bene
E i giorni son belli

FUORI DAL LOCALE

Fuori dal locale
Tanta gente
Tutti con la barba lunga
Lunga lunga
Tutti col bicchiere in mano
E la sigaretta
Guardano giù
Guardano su
Guardano indietro
Guardano i piedi
Guardano le bocche di chi li guarda
E non sanno cosa guardare

Fuori dal locale c’e tanta musica
Ma è dentro il locale
Fuori fa freddo ma è meglio stare
Fuori dal locale

E con la birra
E con la sigaretta
E ti guardo la bocca
E ti guardo la sigaretta
E ti guardo la bocca
E non so cosa dire
Ma ho la barba lunga
E lunga fino ai piedi
E non so cosa dire
E non so cosa fare
E fuori c’è la musica
E dentro c’è la musica
E siamo fuori dal locale
Ma fuori dal locale
E’ meglio stare
Perché fuori c’è freddo
E dentro c’è caldo

Fuori dal locale si sta
Sempre più bene che dentro
Perché fuori c’è più freddo
Perché fuori si può parlare
Perché per entrare bisogna pagare
Quindi è meglio stare fuori
E’ meglio parlare
E’ meglio guardare la tua gonna, i tuoi pantaloni e i tuoi sandali e i tuoi…

Fuori dal locale possiamo, possiamo anche parlare
Ma non parlavamo
O abbiamo parlato
C’era tanta gente
C’era tanta gente
C’era tanta gente
C’era tante gente che voleva parlare
Con me e con te
E non parlavamo
E ci guardavamo
E guardavo la tua bocca e guardavo i tuoi sandali e guardavo la tua maglia a righe
Ed eravamo tutti uguali
E la barba lunga e le barbe lunghe fino ai piedi e la sigaretta e la birra fuori dal locale
Ma dentro c’era la musica
E dentro c’era la musica

Dentro il locale c’era la musica

IO NON SO COSA FAI

Io che ne so dove sei che ne so dove vai cosa fai
Io che ne so la sera quando torni indietro a casa tardi cosa fai
Io non lo so dove sei non lo so cosa fai io non lo so quando torni tardi la sera
Quando torni quando torni e se torni cosa fai

Esci tardi esci piano nessuno si accorge del fatto che esci
Ma esci e non torni e non torni fino a tardi
E io che ne so cosa fai io non so cosa fai io non so cosa fai io non so cosa fai

L’altro giorno ero a caccia
Di rane

L’altro giorno avevo il fucile
Troppo grande per le rane

Meglio la macchina
Meglio la macchina

Ma io non so dove sei io non so cosa fai
Quando esci la sera e non torni cosa fai
È tardi è tardi e dove sei e cosa fai
Io non so io non so io non so cosa fai

E’ tardi e cosa fai
È tardi e dove sei
E’ tardi e cosa fai

IL BOLLETTINO DEI MORTI

Questa è la storia di chi mi cercava e non mi trovava
O di chi mi cercava e pensava
Che io fossi già arrivato

Questa è la storia di chi mi cercava e non mi trovava

Ascoltami, tu,
Che fai il bollettino
Ogni giorno dei morti
Ogni giorno muore qualcuno
E tu fai il bollettino

Ecco, io ti vorrei dire che
Questa è la storia
Questa è la storia
Di una persona che arrivata a un certa età
E’ morta
A un certa età è morta
Nemmeno pochi gli anni
Che l’hanno fatta morire
E tu fai il bollettino dei morti ogni giorno
E ti dispiace ti mancano persone che non hai mai conosciuto

IL MIO GATTO E’ UN CANE

Il mio gatto è un cane
Non mi lascia spazio
Non so più che fare
Ecco ora lo ammazzo

Il mio cane urla
Solo nella notte
Quando si risveglia
E in mente ha tutto rotto

Il mio cane sbrana
Tutto il suo buio
Che si ritorce dentro
E gli spara a fondo

Il mio gatto è strano
Non c’è più rispetto
Non mi chiama mai
Quando io lo cerco

Se ne va soltanto
A cercare il cane
E il cane non è più mio
Il cane non è più mio

LA RISPOSTA

La risposta in te non c’è più
La risposta in te non c’è, non c’è
La risposta in te non c’è più
La risposta in te non c’è più

Non andare più nel parco
A guardare le papere
Non c’è più una risposta
La risposta non c’è più

Non c’è più la risposta
La risposta non c’è più
Non andare più nel parco
A parlare con le papere

La risposta non c’è più
Non andare, non andare
La risposta non c’è più

STAVO MALE?

Certi giorni io
Non so
Se la nausea che ho
Sia vera

Certi giorni
Non riesco a bere
Non riesco a mangiare
Per questa nausea
Che io non so se è vera

Ti ricordi quella strada
Eravamo io e te
E la gente che correva
Ti ricordi quella strada

Ti ricordi
Non potevo parlare, non potevo più mangiare
Se ti ricordi ti prego racconta
Perché non ricordo
Perché non ricordo
Perché non ricordo
Più
Cosa mangiavo
Per avere così tanta
Voglia di sputare
Voglia di vomitare
Voglia di parlare
E non parlavo
E non parlavo

Ti dicevo che avevo tanto da dire
Ma non parlavo
Ti prego ricordami
Perché non parlavo
Che cosa volevo

Le dieci e mezza ed era tutto normale
Non riuscivo
Ad uscire
A mangiare
Ad urlare
A parlare

Le dieci e mezza e non riuscivo

Ora lo sai sono passati molti anni
E sembra tutto a posto
E sembra normale
Essere qui
Essere vivi
Non esser stati male

Ma quanti giorni, quanto tempo
E’ passato

Io stavo male
E tu lo sapevi
Che io stavo male

Ma male di cosa?
Ma male di cosa?

No, non stavo male veramente
Volevo soltanto che tu mi dicessi
Che non era vero
Che non era vero
Che non era vero
Che io stavo male
Che non era vero che io stavo male
Che non era vero che io stavo male
Che non era vero che io stavo male

Perché io stavo bene
Volevo soltanto
Volevo soltanto…

TUA MADRE TI HA PRESO

Era marzo
E tu ti svegliavi nella notte
E camminavi
Camminavi avanti e indietro

Io da poco ero stato da solo in una casa
Con scarpe nuove e molto freddo e una sigaretta
In un balcone mentre guardavo case fuori
Dove non c’era nessuno

E pioveva un poco e il cielo era grigio
E facevo camminate
Camminate lunghe al mattino
Verso le montagne o verso il mare
E facevo lunghe passeggiate
E poi mi ritrovavo
Di nuovo con la sigaretta in mano
Nel balcone a guardare quelle case
Quelle case vuote, quelle case per le vacanze
Dove a marzo non c’era nessuno

Poi son tornato a casa
E cosa mi aspettava, te la notte che giravi avanti e indietro
E volevo uscire, la porta era chiusa ma tu non volevi andare
Tu in realtà non volevi uscire
Tu volevi stare dentro ma cercavi di uscire

La mia porta chiusa
Una poltrona davanti alla porta
Per impedirti di entrare
E tu volevi entrare e guardarti un po’ attorno e poi uscire di nuovo
Perché non sapevi veramente
Se volevi stare lì dentro, se volevi stare fuori

E notte dopo notte e notte dopo notte
Di giorno dormivi e di notte giravi
Di giorno dormivi
Mentre io stavo cercando di venire a patti con quello che era successo in quei giorni

Non capisco come ho fatto, non capisco
A tener tutto dentro, a tener tutto dentro
A guardarti girare la notte
Di giorno dormire e girare la notte

E poi hai cominciato a cadere, hai cominciato a cadere
E una notte ti ho urlato
Che era meglio farla finita, era meglio farla finita
E continuavi a cadere e io ti rialzavo
Prendendoti da sotto le braccia

Ed è venuto il tempo
In cui poi ti sei mosso
E poi non ti sei mosso più
Da quel letto dove urlavi, dove urlavi
Dove chiedevi a tua madre
Di venirti a prendere
Dove chiedevi a tua madre
Di venirti a prendere

Tutti i momenti
Giorno e notte, giorno e notte
E non dormivi più
E chiedevi solo a tua madre
Di venirti a prendere

E poi quel giorno tua madre ti ha preso

Una storia #3

Mi piace fare lunghe passeggiate solitarie. Percorro le strade che costeggiano il mare oppure mi inerpico sulle colline dietro la città. Mentre cammino ascolto musica a tutto volume e penso. E pensando tesso strategie, faccio piani, mi proietto verso qualcosa da costruire o da distruggere.

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Stamattina una forte pioggia accompagnata da un vento incessante ha preso a tormentare la città fin dalle prime ore del mattino. Un vento senza tregua, costante, assillante. A Genova c’è sempre vento ma quello di stamattina era particolarmente cattivo, sembrava volere scavare dentro le cose e consumarle. Sembrava volere far pulizia del mondo, portar via tutto e tutti. Nonostante il tempaccio ho deciso lo stesso di uscire per la mia camminata. E sono andato verso l’alto, verso la natura spoglia, senza più i palazzi a proteggermi dalle raffiche. Queste a un certo punto hanno distrutto il mio ombrello e mi hanno lasciato senza protezione alla pioggia. Ma io non mi sono arreso, ho continuato il mio cammino fino al punto che mi ero prefissato, sempre con la musica nelle orecchie e mille idee che mi esplodevano nella testa.

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La donna aveva avuto tutto dall’amore. Per lunghi anni molti uomini gli avevano donato tutto l’affetto e la passione che lei avrebbe potuto desiderare. Le tantissime parole, i tantissimi viaggi, il tantissimo sesso, la tantissima gioia e il tantissimo dolore che l’amore porta inevitabilmente con se. Essa aveva vissuto la sua vita per questo amore, l’amore era la sua ragione d’essere e lei era felice di avere dato e ricevuto così tanto. Poi, un giorno, la donna si rese improvvisamente conto di non avere più nulla da donare e da ricevere. Così rimase sola e con tanto tempo a disposizione. E si mise a riflettere. Nella sua spasmodica ricerca di una metà che la potesse completare aveva sempre guardato al di fuori di se e si era dimenticata di pensare che forse avrebbe potuto essere lei – si, proprio lei! – la metà che cercava. Per la prima volta dopo tanto tempo cominciò quindi a esplorarsi e a osservare cosa stava succedendo all’interno della casa che il suo essere ospitava.

Trovò la casa spoglia e un po’ in decadenza. Con spessi strati di polvere a ricoprire ogni mobile e parecchi angoli tutt’altro che luminosi. Tutto era in penombra, tutto sembrava sospeso e immobile. Dalle finestre però si intravedeva una natura bellissima e impeccabile. Nulla era fuori posto. Ma perché, se il paesaggio circostante era così ben curato, l’interno della casa si trovava in condizioni così modeste? C’era una strappo enorme tra il fuori e il dentro. Dopo poco si rese conto che il motivo in fondo non importava, o se importava era troppo tardi per tornare indietro. Così la donna decise di prendere un poco della bellezza che albergava oltre le finestre e trasferirla all’interno della casa per renderla più accogliente. E calda, perché presto il lungo inverno sarebbe stato alle porte e lei non avrebbe dovuto farsi trovare impreparata. Doveva finalmente capire che solo mettendo in ordine la sua casa avrebbe potuto concepire il fuori e il dentro come un’unica cosa. Fu così che la donna imparò ad abitare in se.

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Una storia #2

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Sono sveglio. Mi alzo e vado in bagno, mi lavo la faccia e i denti, mi vesto, metto un vecchio paio di scarpe da tennis e un giubbotto. Prendo le chiavi ed esco di casa.

Faccio le scale, controllo la cassetta delle lettere, è vuota. Varco la soglia, sono all’aria aperta, fredda e luminosa, di un bianco accecante da fare male. E già mi pento di essere uscito.

La strada è in leggera pendenza e il luogo è solo a pochi passi, forse cento metri. Mi incammino e socchiudo gli occhi alla luce mentre il vento che non cessa mai mette a dura prova il mio equilibrio.

Sono solo cento metri. Nascondo il capo tra le pieghe del colletto, guardo per terra perché la luce mi ferisce, ho paura di chi mi passa accanto. Ma accanto a me non c’è nessuno, in questo primo mattino di gennaio il mondo è ancora addormentato.

A metà strada mi fermo un attimo; trovo il coraggio di alzare la testa e guardare in alto. Cemento da tutti i lati, la strada deserta, le rovine di una fabbrica abbandonata da decenni. Ancora più in alto un pezzetto di cielo e rade gocce di pioggia. Questa assenza di persone in giro è strana, è un giorno come gli altri. O no? Forse è festa e io l’ho dimenticato, forse oggi non c’è ragione di correre e affrettarsi perché da tempo tutti sanno che questa è una giornata dedita al riposo. Dev’essere così, mi dico, mentre il freddo ghiaccia il mio corpo immobile sul marciapiede.

Al termine della strada c’è una piazza con qualche albero senza foglie e delle panchine verdi di metallo sbrecciato e arrugginito. Nella piazza c’è un grande palazzo. Se vado lì mi sentirò al sicuro.

Il portone è di legno massiccio, c’è una porta a vetri e sei scalini. Poca luce filtra dall’ingresso ma non accendo i neon perché mi stordirebbero, preferisco aspettare che gli occhi si abituino alla semi-oscurità.

Poco dopo riconosco tutto; il pavimento, le grate dell’ascensore, le cassette di legno per la posta, l’ingresso della cantina, altre due porte – da sempre sconosciute – con i vetri e le tende di pizzo. La scala che porta ai piani è di marmo bianco, sporco e venato di grigio. Nel lato sinistro c’è il corrimano marrone, dello stesso legno consunto del portone e delle cassette. Si vede la cabina del vecchio ascensore, gli ingranaggi e le funi unte di grasso. C’è una ruota che porta giù un peso, ogni volta che il peso sale l’ascensore scende e viceversa.

Tutto era nero e sporco. Avevo incautamente lanciato la mia spada di plastica grigia nella tromba delle scale. Essa era caduta dentro la cavità dell’ascensore. Allora io lo avevo bloccato con le porte aperte al primo piano ed ero sceso al pianterreno. Introducendo le dita in un buco della grata avevo aperto la serratura del cancelletto e mi ero calato nel buio, cercando a tastoni la spada.  

Dentro il pozzo nero c’era puzza di grasso, di spazzatura e di polvere appiccicosa. Sopra la mia testa l’ascensore sospeso con le funi che penzolavano. Se per qualche motivo si fosse rimesso in moto mi avrebbe schiacciato.