La musica non si paga, la scrittura si.

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Vasilij Kandinskij – Linee oblique

Ultimamente mi viene spesso posta una domanda: “come mai in questo periodo sei così attivo con la scrittura e sembri esserti un poco dimenticato di far dischi?” La risposta è semplice. Negli ultimi venticinque anni mi sono dedicato in maniera costante alla musica, ho sacrificato tempo e affetti, ho realizzato decine di album, fondato una ridda di progetti, collaborato con un enorme numero di musicisti, esplorato generi e sonorità, girato il mondo per concerti. Ora però è come se sentissi che è venuto il momento di prendersi una piccola pausa.

In realtà ho un nuovo album pronto, un lavoro al quale mi sono dedicato anima e corpo insieme a una fantastica schiera di collaboratori, un disco a suo modo rivoluzionario che uscirà in autunno e che non vedo l’ora di portare dal vivo. Allo stesso tempo avverto però che sempre più è la scrittura a chiamarmi. Sento che scrivere mi avvicina maggiormente agli altri. Ho un enorme bisogno di condividere idee e stimoli e ho sempre pensato che la musica potesse farlo in maniera immediata, invece mi sbagliavo. La musica, o meglio, la mia musica, parla solo a una ben determinata fascia di persone. Per me è sempre stato un piacere avere tale pubblico, fedele e appassionato, ma sono troppo desideroso di comunicare in maniera aperta per accontentarmi. In queste settimane mi sto accorgendo che i racconti delle “Storie notturne” colpiscono le emozioni di chiunque li legga in maniera più diretta, più ampia e con meno paraocchi di quanto non faccia la musica. Se si sa che io suono prog solo una categoria di ascoltatori si avvicinerà a me, se si sa che io scrivo chiunque, potenzialmente, potrà interessarsi alla mia proposta. E per me, in quanto artista, questo è un intero universo che si spalanca.

C’è poi un altro discorso da affrontare, più materiale e terra-terra. Grazie allo scrivere riscopro una fattore importante: quanti desiderano leggere ciò che scrivo devono comprare il libro. Non ci sono scorciatoie. Al giorno d’oggi so bene che appena uscirà un mio disco – nonostante la grande cura e le forze che la casa discografica metterà in campo per proporre un prodotto di alto livello – questo dopo poche ore finirà in streaming su YouTube, su Spotify… oppure si potrà scaricare. In poche parole sarà immediatamente per tutti. Gratis. Sempre meno pagheranno per il mio lavoro, sempre meno muoveranno un dito per procurarselo (giusto quello che clicca sul mouse), sempre meno metteranno in moto la propria passione e il proprio desiderio per accaparrarsi l’oggetto, vinile o cd che sia, per il quale io e le persone che lavorano con me abbiamo speso tempo,  fatica e danaro. La maggioranza lo ascolterà in rete, sulle casse del computer, una decina di volte al massimo e lo dimenticherà in breve, anche se si tratta del disco più rivoluzionario io abbia mai concepito. La portata della rivoluzione non arriverà, perché ci sono mille altre cose da ascoltare e non c’è tempo per fermarsi a riflettere sul valore di un’opera. Esce, gli si concede quel minimo di attenzione e dopo poco si passa ad altro. Siamo sommersi da un flusso ininterrotto di musica che nessuno assimila più, un eterno sottofondo che non va da nessuna parte.

Ho avuto, e ho tutt’ora, grandi soddisfazioni dal mondo delle sette note, e farò di tutto per continuare a spargere il mio messaggio sonoro in ogni dove. Ma uscire ogni tanto dalla macchina infernale che la musica ha generato non può che farmi bene, per respirare un po’ di aria nuova, per parlare al cuore di persone diverse, per rendermi conto che esiste ancora la passione per un oggetto artistico che se vuoi fare tuo devi comprare, remunerando il lavoro di chi lo ha creato. Che è un lavoro come altri e come tale merita di essere pagato, non rubato.

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Me stesso? Che noia!

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Lucius Rhinehart è un affermato psicologo nella New York dell’estate 1968 che col tempo ha perso la passione per la sua professione ed stufo dei soliti metodi. Il suo matrimonio si sta inoltre avviando verso una crisi, gli amici sono sempre gli stessi, gli stimoli mancano e la vita si trascina stanca e senza mordente.
Una sera, al termine dell’ennesima partita di poker, spinto da un irrefrenabile desiderio nei confronti della sua vicina di casa, moglie del suo migliore amico nonché collega, Lucius decide di affidare a un dado il suo farsi avanti o meno con la donna. Il lancio gli offre un responso positivo così Lucius si butta, e gli va bene.
Da quel momento lo psicologo decide di affidare la sua intera vita al dado. Prima gli assegna scelte di poco conto, poi via via si impone interi cambi di personalità a seconda di ciò che il gioco gli comanda. Volta per volta diviene quindi un folle, un barbone, un fervente religioso, un ateo impenitente, un eterosessuale, un omosessuale, uno scienziato, un personaggio aggressivo o alquanto mite, un bianco, un nero, un marito modello, un marito fedifrago, un assassino, Gesù Cristo. Questo e molto altro in un crescendo di delirio sempre ironico ma alquanto lucido nel mostrare quello che tutti potremmo essere, basterebbe volerlo.

 

“L’uomo dei dadi” dell’americano George Powers Cockcroft, in arte Luke Rhinehart, è un libro di culto uscito negli Stati Uniti nel 1971 e pubblicato in Italia nel 1973 (dal 2004 circola un’edizione curata da Marcos Y Marcos, nell’ultima ristampa c’è anche un dado in omaggio). Il volume scivola dalla satira al grottesco ma riesce a essere anche una sorta di trattato psicanalitico decisamente illuminante, se si va oltre la patina di ironia dissacratoria di cui è composto. Lo scorso anno, quando mi è capitato per la prima volta tra le mani, sono rimasto sconvolto dalla sua lettura, vi spiego perché.

Personalmente mi capita spesso di essere stanco del “solito me”, del personaggio che da sempre impersono, di ciò che, per educazione e percorso di vita, sono diventato. Mi vado stretto. A voi non capita mai? C’è una frase che non mi è mai stata simpatica “Io sono fatto/a così”, solitamente pronunciata da persone che non intendono mutare di un centimetro il proprio carattere e che si barricano dietro tale supposta coerenza per mettere in atto tutto il loro essere statiche, ignavi e anche molto noiose. Io credo fermamente invece che tutti noi possiamo, se lo vogliamo, essere anche molto altro. Possiamo esplorare altri modi di essere noi stessi. La pseudo autobiografia del dottor Rhinehart porta a livelli parossistici la cosa ma nella sua essenza svela quanto siamo schiavi delle nostre personalità. A volte basterebbe veramente affidarsi al caso (e dotarsi di coraggio) per trasformarsi in qualcun altro. Questo ci aprirebbe a nuove realtà, potremmo provare sulla nostra pelle quello che provano tutti quelli che sentiamo distanti da noi. Sono timido? Il dado mi da coraggio per essere un non-timido. Ho paura del diverso? Mi trasformo nel diverso, mi metto nei suoi panni, capisco quello che prova e scardino le mie chiusure. Non vado d’accordo con una persona? Divento quella persona e cerco di comprendere sulla mia pelle il suo punto di vista. Mi annoio di me? Divento un altro.

Detta così pare semplice, me ne rendo conto, e far forza su quelli che sono i meccanicismi (e le catene) della propria personalità non è certo il gioco che Luke Rhinehart mette in atto tra le pagine del suo romanzo. Ma il libro dovrebbe essere solo il pretesto per pensarci un poco sopra. Siamo veramente “Io sono fatto/a così” o è solo una bugia che ci raccontiamo, un paravento che usiamo quando non vogliamo prenderci la responsabilità di entrare in empatia con altre situazioni e persone?
“L’uomo dei dadi” cerca una risposta a questa annosa domanda e personalmente da quando l’ho letto non sono pochi i momenti in cui, dado o non dado, sento il desiderio di uscire dal mio me stesso abituale per indossare altri caratteri. Del resto sono abituato, con la musica, a esplorare mondi diversificati, quindi perché non traslare un esperimento artistico in uno umano per rendersi veramente completi e finalmente liberi dalle proprie auto-imposte catene?

 

Pensateci, e nel frattempo non fatevi scappare “L’uomo dei dadi”, vi divertirà e vi metterà in crisi come solo le grandi opere devono sapere fare.

Dell’ascolto

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Pierre-Auguste Renoir – Due donne in conversazione (Confidenze; Le due inseparabili), 1878
Ultimamente quando sono per strada e scorgo due persone che parlano mi soffermo a studiare il viso, l’atteggiamento e le movenze di colui/lei che ascolta. E mi piace farlo anche mentre guardo un film, osservo un attore mentre ascolta il suo interlocutore. A volte è difficile non farsi prendere dall’abitudine di puntare il proprio interesse sul protagonista della scena, colui che muove la bocca, ma se si riesce a sfuggire a questa abitudine e ci si concentra sul partner si aprono interi universi. Fateci caso.
Al netto delle mie osservazioni dirò che ci sono due tipi di ascoltatore: quello che dimostra un reale interesse, e quindi tace e si abbevera di ciò che gli sta essendo comunicato, e quello che palesemente non sta assorbendo una parola e sta solo aspettando con ansia il momento di dire la sua.
Ascoltare è un’arte difficile e sempre più rara ai nostri giorni, la smania di volere a tutti i costi dire, dire e ancora dire, senza curarsi di chi ascolta, sta raggiungendo livelli di guardia. E’ quindi inconsueto trovare degli ascoltatori attenti e motivati. Ma quali sono le qualità di un’ascoltatore professionista? Anzitutto una vivida curiosità per l’intero scibile umano. Ciò gli permetterà di interessarsi anche alla più minuscola facezia facendola divenire humus fertile per la propria conoscenza e stimolo per domande. Le domande sono il fattore che differenzia un ascoltatore distratto, o semplicemente gentile, da un ascoltatore serio. Le domande che l’ascoltatore serio propone potranno essere le più svariate atte a sviscerare e approfondire l’argomento di cui si sta discutendo. Tali domande faranno inoltre sentire importante colui che parla, interessante in ciò che ha da dire. Attenzione però! In un mondo ideale a questo punto dovrebbe scattare un gioco di ruoli che si ribaltano elasticamente; l’ascoltatore si interessa e fa domande, il parlatore risponde e dopo poco cerca di scoprire anche il punto di vista dell’ascoltatore. Messo in moto questo meccanismo sarà tutto un dare e avere e non ci saranno più differenze tra chi parla e chi ascolta.
La realtà purtroppo prevede che i ruoli siano sempre statici e immutabili. Chi parla troppo continuerà a farlo senza curarsi di avere esondato gli argini, chi è portato per l’ascolto farà il suo mestiere rammaricandosi di non sentirsi invitato (e quindi motivato) a intervenire. C’è anche una terza via: quella dall’ascoltatore che a un certo punto si infuria e irrompe violentemente nella discussione dicendo la sua e lasciando per qualche istante il parlatore a bocca aperta. Ma non preoccupatevi, il parlatore professionista conosce bene il suo mestiere e superato lo stupore iniziale tornerà padrone del campo in poche mosse. Al povero ascoltatore non resterà quindi che tornare a fare ciò per cui è più portato.
Al netto di tutto questo ho la certezza che sarà comunque sempre l’ascoltatore ad assicurarsi il bagaglio di stimoli più ampio. Bagaglio che non avrebbe se non sapesse ascoltare così bene. Viva quindi l’ascolto, e chi parla tanto ci faccia un pensierino a ribaltare ogni tanto il proprio ruolo (ma non troppo, sennò l’ascoltare cosa ascolta?)

 

Il dovere di destabilizzare

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Non ho messo granché il naso fuori casa durante l’inverno appena trascorso; il mio nuovo disco è pronto ma uscirà solo in autunno e concerti non ce ne sono stati, a parte Z-Fest. In questo tempo ho scritto parecchio, e per scrivere sono stato molto da solo. Il risultato è che al momento mi fa uno strano effetto ritrovarmi tra le persone. Mentre si è soli, mentre si scrive o in qualche modo ci si guarda dentro, ci si rintana entro una sorta di immagine pura di sé. Poi ci si ridà in pasto al mondo, e gli altri non capiranno chi o cosa sei diventato, non si cureranno delle tue traversie esistenziali, dei traguardi che hai raggiunto nella conoscenza di te stesso. Dovrai essere sempre la copia di quello che sei sempre stato e dovrai continuare a esserlo per sempre, sennò destabilizzerai. E destabilizzare è peggio che ferire.

Sono quello che si dice una personalità complessa. E sono nato sotto il segno dei gemelli. Doppio problema quindi. E pretendere che altri capiscono quello che nemmeno io ho ancora ben chiaro, nonostante la mia veneranda età, è quantomeno utopistico. Quasi ogni giorno corro, e mi fa bene. Mi spingo verso le alture della città, su per le colline, e dall’alto scorgo l’immensa tavolozza del mare. Lì mi sento in pace, riunito a me stesso. Tutti i pezzi del puzzle combaciano perfettamente. Poi torno giù, mi ributto nella vita di tutti i giorni e mi perdo. Le persone non guardano veramente, vedono di te solo quello che vogliono vedere, che a loro fa comodo vedere. A me questo addolora, ma so che è così e dovrò sopportarlo fino a quando non ne avrò abbastanza; a quel punto partirò e me ne andrò lontano, per ricominciare tutto daccapo, vergine allo sguardo degli altri. Fatto questo passerà il tempo, ci saranno nuovi altri e lo sguardo di costoro si abituerà alla persona che hanno conosciuto. Ma nel frattempo io sarò, nel bene o nel male, ancora cambiato. E quando non verrò riconosciuto sarà di nuovo doloroso e quindi si farà un’altra volta impellente il desiderio di fuggire. Così passerò il resto della vita ad allontanarmi dalle cose che diventano consuete, cercherò sempre una nuova linfa, nei miei occhi e in quelli degli altri. E saranno ricerche e fughe continue e necessarie; perché nella vita che ci è data da vivere accontentarsi vuole dire mettersi da parte, mettersi da parte vuole dire rinunciare a crescere, rinunciare a crescere vuole dire appassire e morire. Vedo persone intorno a me che sono morte molti anni fa e che perpetuando gli stessi riti si tengono in vita. Anche io faccio parte dei loro riti e li tengo in vita. Ma io non voglio essere la flebo che affonda nel braccio del morente, nessuno deve fermarsi per non scontentare gli altri. Vivere tutte le vite che si possono vivere deve essere l’imperativo per ognuno di noi.

La protagonista di un romanzo al quale sto lavorando ha vissuto settant’anni nella stessa maniera, per non destabilizzare le persone care. Poi qualcosa le ricorda di una strada che a un certo punto del suo passato non ha avuto il coraggio di percorrere, così mette in dubbio ogni aspetto della “solita” se stessa e parte per un lungo viaggio alla ricerca di altre vite da vivere. Scoprendo che non è mai troppo tardi per non farsi incatenare.

Stranizza d’amuri

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Vi siete guardati intorno? Non so da voi ma qui a Genova sole e caldo sono già a livelli di guardia. Dopo interminabili mesi di pioggia e gelide raffiche di vento, come non capitava da tempo, tutto questo calore giunge inaspettato. Amo la neve e il crepuscolo invernale, ma quest’anno è come se il perpetuarsi di tali condizioni meteorologiche avesse messo a dura prova le mie convinzioni. Mi sembrava di non farcela più a sopportare buio e freddo, ed ecco che improvvisamente il bel tempo esplode, senza preavviso, come a volermi travolgere dopo averlo tanto invocato.

Ieri ero sul bus diretto verso casa, stava calando la sera, il fuoco del giorno concedeva una tregua e la luce si attenuava dolcemente. Le persone sembrano incuranti di ciò che stava succedendo ma bastava sbirciare fuori dal finestrino per accorgersi del miracolo. Così sono sceso dal mezzo e ho respirato a pieni polmoni; nell’aria c’era la primavera. Non era un profumo, era una sensazione netta che mi ha fatto sussultare di qualcosa che somigliava a una gioiosa malinconia. E ho camminato vicino al mare con tutti i sensi all’erta. L’acqua e le piante esplodevano di colore, la terra emanava un tepore materno, tutto sembrava volermi abbracciare. Mi sentivo al sicuro, in pace.

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Mi sono procurato i diari di Sof’ja Tolstaja, della quale parlavo giorni fa a proposito del bellissimo Romanza senza parole. In una delle pagine la Tolstaja scrive: “La porta del salotto dava su un piccolo balcone con una vista bellissima, che da quel momento ho avuto cara. Presi una sedia, uscii sul balcone e mi sedetti a godere la vista. Non potrò mai dimenticare la commozione provata allora, anche se non sarò mai capace di descriverla. Era forse l’impressione dell’autentica campagna, della natura e della vastità o forse il presentimento di quello che sarebbe avvenuto un mese e mezzo più tardi, quando sarei entrata in quella casa ormai da padrona? Forse era semplicemente un addio alla libertà della fanciullezza o tutto questo insieme, non saprei dirlo. Eppure c’era qualcosa di nuovo e di significativo nel mio stato d’animo di quella sera, qualcosa di gioioso e indefinito”. Da lì a poco Sof’ja sposerà Lev Tolstoj e verranno anni turbolenti che contribuiranno a smorzare la sua fanciullesca innocenza, ma in quel frangente, quando tutto è ancora da venire, quando il sentimento che sta sbocciando è appena accennato, quello che la ragazza avverte nell’aria è una promessa. La stessa che ho distintamente avvertito ieri sera, qualcosa che dice “esisti, andrà tutto bene”.

Stranizza d’amuri di Franco Battiato mi risuonava nelle orecchie quando pensavo e avvertivo tutto questo, e sembrava che le sensazioni si radunassero tutte in un punto preciso, si condensassero prendendo forma di note. Che Battiato scriva canzoni d’amore è molto strano, non è un argomento che è, o sarà mai, nelle sue corde, ma quando ha deciso di farlo sono sempre stati brani che descrivono in maniera sublime il sentimento amoroso; da punti di vista diversi, prospettive inedite e stimolanti. In questo caso si affida alle vicende di due persone che si amano al tempo della guerra e, nonostante l’orrore che le circonda, sentono che il loro sentimento non cede, non muore, rimane puro e stabile. Stranizza d’amuri è una celebrazione di ciò che non si lascia scalfire nemmeno dalle peggiori avversità. Nel canto di Battiato non c’è patetismo, non c’è nessuna accorata voglia di esprimere sentimenti sopra le righe, c’è invece una calma flemmatica, la saggezza pacata di chi osserva e riporta i fatti stando dentro e fuori allo stesso tempo. E in questo stato di armonia l’ascoltatore può realmente immergersi e godere beato di questo inno alla vita.

 

Di silenzi e altri rumori

In questo periodo ho letto, o sto leggendo o leggerò, molti volumi che hanno come tema il silenzio. Da principio mi sono avventurato nel mediocre Il silenzio del norvegese Erling Kagge, sono poi passato all’illuminante Silenzi eloquenti dell’architetto spagnolo Carlos Martí Arís, al momento sono alle prese con il bel Elogio del silenzio dell’americano John Biguenet e, terminato quest’ultimo, mi butterò su Per eremi silenziosi, scritto nel 1911 dal filosofo russo Vasilij Vasil’evič Rozanov.
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Ma non è finita, sono da sempre appassionato di arte silenziosa, sia essa musica, letteratura, cinema e chi più ne ha più ne metta. Amo tutte le discipline ove si cerca di scavare nel vuoto per sottolineare un significato, ove l’assenza conta più della presenza e gli elementi del visibile sono messi in evidenza proprio grazie all’invisibile. La musica di Stephan Micus, tanto per fare un nome; uno che da sempre si muove con circospezione tra suono e non-suono, accarezzando l’aria con i suoi strumenti e stando bene attento a evidenziare la nota gusta al momento giusto. Non parliamo poi di Morton Feldman che ha fatto dell’uso della rarefazione sonora un caposaldo della sua opera.
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Nel cinema come non citare, tra i tanti, l’ungherese Béla Tarr, dalle inquadrature quasi inamovibili che permettono allo spettatore di penetrare un tempo indefinito ove il frastuono del mondo viene messo da parte a favore di una staticità estatica. O il giapponese Yasujirō Ozu, che con pura arte zen trasferisce su pellicola momenti di sospensione all’interno della trama filmica (l’inquadratura di un vaso o un elemento di un’abitazione) per amplificare lo svolgersi delle vicende.
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Grazie al libro di Carlos Martí Arís ho potuto scoprire parecchi architetti che hanno lavorato intorno al silenzio, edificando costruzioni nella quali il vuoto ha lo stesso valore del pieno. Come Ludwig Mies van der Rohe e la sua Nationalgalerie di Berlino o Eladio Dieste con la Chiesa di San Pedro di Durazno.
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In pittura Mark Rothko ha riempito di colori ampie tele non lasciando apparentemente spazio per altro; in realtà i suoi studi sui toni e sulle varie sfumature sono nient’altro che meditazioni sul silenzio. Hanno il potere di aprire un varco dentro l’animo di chi guarda immergendolo in un clima di astrazione dalle frenesie del presente.
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Poi in letteratura, con certe pagine di Fleur Jaeggy che sfiorano con delicatezza lo spirito del lettore con vicende quasi immobili, nelle quali i personaggi danzano leggeri sul confine sottile che separa la realtà dall’irrealtà.
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Ci sono addirittura vacanze silenziose, come quella descritta e fotografata da Claudio Giunta e Giovanna Silva in Tutta la solitudine che meritate – Viaggio in Islanda. I due offrono un perfetto diario di viaggio ove a farla da padrona non è la consueta esposizione delle meraviglie e degli usi e costumi del luogo ma bensì una ricerca di paesaggi fermi, di luoghi dimenticati o mai lambiti dal passaggio dell’uomo.
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Questa ridda di pubblicazioni o di ricerche su esperienze silenziose non rappresentano altro che un desiderio di fuga. Avete mai pensato di mollare tutto e affrontare un eremitaggio a tempo indeterminato? O di fare un’esperienza di vita monastica in un convento? A me capita sempre più spesso; desidero ciò perché ho bisogno di spalancare le finestre del mio spirito per lasciarvi entrare aria pulita, sogno una stasi che mi dia la possibilità di placarmi e riflettere. Che porti il mio cervello in continua eruzione a stoppare il suo frenetico ritmo e a mettersi in ascolto. Che mi ricordi che sto esistendo. Ma siccome il lavoro che svolgo pretende io abbia sempre la mente in movimento non posso fare altro, nei momenti liberi, che rincorrere il silenzio tramite libri, musica e arti assortite.
Se però mi guardo indietro e rileggo quanto scritto finora mi rendo conto che ho parlato così tanto da produrre un gran rumore.

La follia del vivere intenso: “Romanza senza parole” di Sof’ja Tolstaja

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Nel 1897 Sof’ja Tolstaja, che tutti chiamano Sonja, sta faticosamente tornando alla vita. Un anno e mezzo prima Ivàn, il figlio di appena sette anni, è venuto a mancare a causa della scarlattina segnando indelebilmente l’esistenza della donna. Questo immenso dolore si è andato a sommare alle ansie di un rapporto da sempre burrascoso con il marito, Lev Tolstoj. L’immenso scrittore russo è da sempre uomo difficile, dal carattere volitivo, soggetto a cambiamenti di idee e umori, schiavo della sua arte e dei suoi princìpi. Ciò rende problematica la convivenza con la moglie, sposata quando questa era appena diciottenne e lui aveva il doppio dei suoi anni.

Sonja è fiera e scrupolosa, non si lascia intimidire dai capricci del coniuge ma riesce anzi a tenergli testa badando a non farsi sopraffare. E’ insomma è il prototipo della donna moderna, che non si lascia sottomettere dall’autorità maschile ma cerca invece di perseguire la sua visione, di condurre un’esistenza autonoma e tesa alla propria realizzazione. E’ però allo stesso tempo una moglie devota; supporta lo scrittore nel suo lavoro, corregge e copia le stesure dei suoi scritti e si occupa di tutti gli aspetti burocratici. Anche lei è preda di cambiamenti d’umore, gelosie e possessività nei confronti del celebre marito. I litigi in casa Tolstoj sono quindi all’ordine del giorno, con frequenti fughe da parte dell’uomo, pentimenti, rappacificazioni e nuove battaglie.

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Sonja è pur essa una valente scrittrice, non si avventura in ampie e intricate costruzioni come il consorte ma sa bene rappresentare gli struggimenti dell’anima, riesce a focalizzare quei grumi di ansie e felicità che caratterizzano i rapporti amorosi e li descrive con grazia e cocente trasporto. Già nel 1893 aveva scritto Amore colpevole, sorta di accorata risposta alla spietata analisi del matrimonio contenuta nella Sonata a Kreutzer del più famoso coniuge. Dopo quel tentativo ha però scelto di dedicarsi a curare spirito e arte di quest’ultimo mettendo da parte il suo indubbio talento. A seguito della dolorosa scomparsa del figlioletto ecco che una timida fiamma si riaccende.

La magione dei Tolstoj è da qualche tempo frequentata da un pianista di talento, Sergej Ivanovič Taneev, che con la sua musica contribuisce a lenire la sofferenza di Sonja. Ben presto la passione per le esecuzioni del pianista esonda gli argini del puro interesse artistico per sbocciare in un sentimento. Tolstoj si accorge della cosa e le scenate di gelosia infiammano nuovamente l’atmosfera di casa. In tutto ciò il pianista non sembra rispondere agli interessi di Sonja, la quale ricade in un doloroso struggimento e comincia a buttare su carta le sue emozioni. Il risultato di questo travaglio sarà Romanza senza parole, che rimarrà sepolto in un archivio di Mosca e solo nel 2010 verrà alla luce. In Italia è arrivato lo scorso anno grazie alle cure de La Tartaruga, marchio di Baldini & Castoldi.

Romanza senza parole è un incanto di narrazione fluida che sembra dipanarsi sospinta da un movimento musicale, ora lieve, ora impetuoso; quello delle romanze di Felix Mendelssohn che Taneev eseguiva in casa Tolstoj e che il fascinoso protagonista maschile del romanzo, Ivan Il’ič (nome preso a prestito da una delle opere di Tostoj), esegue per la giovane Saša. Questa soffre di un’acuta depressione a seguito della perdita della mamma e a nulla servono le cure del marito, uomo mite e bonario che ha la sola passione per la botanica. Quando Ivan Il’ič viene ad abitare nei pressi della dacia estiva di Saša e comincia a esercitarsi con il pianoforte ecco che le note schiudono il forziere del cuore della donna riportandola alla vita e facendole assaporare intensi bagliori di felicità. Le descrizioni del trasporto di Saša mentre ascolta la musica di Ivan sono passaggi di rara bellezza che trafiggono il cuore con intensità; sembra di assaporarlo con tutti i sensi questo afflato di pura gioia che la musica eccita nell’animo della donna. Come è successo a Sonja anche Saša, tra mille timori e ripensamenti, viene travolta da un sentimento che non è quello della semplice passione musicale ma vuole bensì abbracciare in pieno l’arte e l’artista. E in questo frangente che le parole della Tolstaja si fanno puro incanto, quando essa descrive la lotta interna di Saša che anela a vivere appieno la purezza dell’arte, scevra da ogni coinvolgimento “umano”, e invece si accorge che sempre più il suo interesse si va posando sull’uomo. Da qui in poi sarà una lenta discesa nei meandri dell’emotività e della pazzia. Pazzia che sempre più contagerà anche la vita di Sof’ja Tolstaja che vivrà il resto della sua vita in un rapporto sempre più tempestoso col marito, fino agli ultimi giorni dello scrittore.

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Romanza senza parole è lo specchio dell’esistenza di una donna che ha scelto di vivere con un fervore fuori dal comune, non curandosi delle regole sociali e delle imposizioni. Una vita tormentata e in qualche modo eroica, a un passo dalla perdita della ragione, ma intensa, realmente viva.