Me stesso? Che noia!

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Lucius Rhinehart è un affermato psicologo nella New York dell’estate 1968 che col tempo ha perso la passione per la sua professione ed stufo dei soliti metodi. Il suo matrimonio si sta inoltre avviando verso una crisi, gli amici sono sempre gli stessi, gli stimoli mancano e la vita si trascina stanca e senza mordente.
Una sera, al termine dell’ennesima partita di poker, spinto da un irrefrenabile desiderio nei confronti della sua vicina di casa, moglie del suo migliore amico nonché collega, Lucius decide di affidare a un dado il suo farsi avanti o meno con la donna. Il lancio gli offre un responso positivo così Lucius si butta, e gli va bene.
Da quel momento lo psicologo decide di affidare la sua intera vita al dado. Prima gli assegna scelte di poco conto, poi via via si impone interi cambi di personalità a seconda di ciò che il gioco gli comanda. Volta per volta diviene quindi un folle, un barbone, un fervente religioso, un ateo impenitente, un eterosessuale, un omosessuale, uno scienziato, un personaggio aggressivo o alquanto mite, un bianco, un nero, un marito modello, un marito fedifrago, un assassino, Gesù Cristo. Questo e molto altro in un crescendo di delirio sempre ironico ma alquanto lucido nel mostrare quello che tutti potremmo essere, basterebbe volerlo.

 

“L’uomo dei dadi” dell’americano George Powers Cockcroft, in arte Luke Rhinehart, è un libro di culto uscito negli Stati Uniti nel 1971 e pubblicato in Italia nel 1973 (dal 2004 circola un’edizione curata da Marcos Y Marcos, nell’ultima ristampa c’è anche un dado in omaggio). Il volume scivola dalla satira al grottesco ma riesce a essere anche una sorta di trattato psicanalitico decisamente illuminante, se si va oltre la patina di ironia dissacratoria di cui è composto. Lo scorso anno, quando mi è capitato per la prima volta tra le mani, sono rimasto sconvolto dalla sua lettura, vi spiego perché.

Personalmente mi capita spesso di essere stanco del “solito me”, del personaggio che da sempre impersono, di ciò che, per educazione e percorso di vita, sono diventato. Mi vado stretto. A voi non capita mai? C’è una frase che non mi è mai stata simpatica “Io sono fatto/a così”, solitamente pronunciata da persone che non intendono mutare di un centimetro il proprio carattere e che si barricano dietro tale supposta coerenza per mettere in atto tutto il loro essere statiche, ignavi e anche molto noiose. Io credo fermamente invece che tutti noi possiamo, se lo vogliamo, essere anche molto altro. Possiamo esplorare altri modi di essere noi stessi. La pseudo autobiografia del dottor Rhinehart porta a livelli parossistici la cosa ma nella sua essenza svela quanto siamo schiavi delle nostre personalità. A volte basterebbe veramente affidarsi al caso (e dotarsi di coraggio) per trasformarsi in qualcun altro. Questo ci aprirebbe a nuove realtà, potremmo provare sulla nostra pelle quello che provano tutti quelli che sentiamo distanti da noi. Sono timido? Il dado mi da coraggio per essere un non-timido. Ho paura del diverso? Mi trasformo nel diverso, mi metto nei suoi panni, capisco quello che prova e scardino le mie chiusure. Non vado d’accordo con una persona? Divento quella persona e cerco di comprendere sulla mia pelle il suo punto di vista. Mi annoio di me? Divento un altro.

Detta così pare semplice, me ne rendo conto, e far forza su quelli che sono i meccanicismi (e le catene) della propria personalità non è certo il gioco che Luke Rhinehart mette in atto tra le pagine del suo romanzo. Ma il libro dovrebbe essere solo il pretesto per pensarci un poco sopra. Siamo veramente “Io sono fatto/a così” o è solo una bugia che ci raccontiamo, un paravento che usiamo quando non vogliamo prenderci la responsabilità di entrare in empatia con altre situazioni e persone?
“L’uomo dei dadi” cerca una risposta a questa annosa domanda e personalmente da quando l’ho letto non sono pochi i momenti in cui, dado o non dado, sento il desiderio di uscire dal mio me stesso abituale per indossare altri caratteri. Del resto sono abituato, con la musica, a esplorare mondi diversificati, quindi perché non traslare un esperimento artistico in uno umano per rendersi veramente completi e finalmente liberi dalle proprie auto-imposte catene?

 

Pensateci, e nel frattempo non fatevi scappare “L’uomo dei dadi”, vi divertirà e vi metterà in crisi come solo le grandi opere devono sapere fare.

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2 pensieri riguardo “Me stesso? Che noia!

  1. buon suggerimento di lettura, non conoscevo affatto autore e opera… mi son subito tornati in mente Erminia e Pablo e i loro sforzi per aiutare il Sig. Harry Haller 👍

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