La musica non si paga, la scrittura si.

Kandinsky1923-Composition-VIII (1)
Vasilij Kandinskij – Linee oblique

Ultimamente mi viene spesso posta una domanda: “come mai in questo periodo sei così attivo con la scrittura e sembri esserti un poco dimenticato di far dischi?” La risposta è semplice. Negli ultimi venticinque anni mi sono dedicato in maniera costante alla musica, ho sacrificato tempo e affetti, ho realizzato decine di album, fondato una ridda di progetti, collaborato con un enorme numero di musicisti, esplorato generi e sonorità, girato il mondo per concerti. Ora però è come se sentissi che è venuto il momento di prendersi una piccola pausa.

In realtà ho un nuovo album pronto, un lavoro al quale mi sono dedicato anima e corpo insieme a una fantastica schiera di collaboratori, un disco a suo modo rivoluzionario che uscirà in autunno e che non vedo l’ora di portare dal vivo. Allo stesso tempo avverto però che sempre più è la scrittura a chiamarmi. Sento che scrivere mi avvicina maggiormente agli altri. Ho un enorme bisogno di condividere idee e stimoli e ho sempre pensato che la musica potesse farlo in maniera immediata, invece mi sbagliavo. La musica, o meglio, la mia musica, parla solo a una ben determinata fascia di persone. Per me è sempre stato un piacere avere tale pubblico, fedele e appassionato, ma sono troppo desideroso di comunicare in maniera aperta per accontentarmi. In queste settimane mi sto accorgendo che i racconti delle “Storie notturne” colpiscono le emozioni di chiunque li legga in maniera più diretta, più ampia e con meno paraocchi di quanto non faccia la musica. Se si sa che io suono prog solo una categoria di ascoltatori si avvicinerà a me, se si sa che io scrivo chiunque, potenzialmente, potrà interessarsi alla mia proposta. E per me, in quanto artista, questo è un intero universo che si spalanca.

C’è poi un altro discorso da affrontare, più materiale e terra-terra. Grazie allo scrivere riscopro una fattore importante: quanti desiderano leggere ciò che scrivo devono comprare il libro. Non ci sono scorciatoie. Al giorno d’oggi so bene che appena uscirà un mio disco – nonostante la grande cura e le forze che la casa discografica metterà in campo per proporre un prodotto di alto livello – questo dopo poche ore finirà in streaming su YouTube, su Spotify… oppure si potrà scaricare. In poche parole sarà immediatamente per tutti. Gratis. Sempre meno pagheranno per il mio lavoro, sempre meno muoveranno un dito per procurarselo (giusto quello che clicca sul mouse), sempre meno metteranno in moto la propria passione e il proprio desiderio per accaparrarsi l’oggetto, vinile o cd che sia, per il quale io e le persone che lavorano con me abbiamo speso tempo,  fatica e danaro. La maggioranza lo ascolterà in rete, sulle casse del computer, una decina di volte al massimo e lo dimenticherà in breve, anche se si tratta del disco più rivoluzionario io abbia mai concepito. La portata della rivoluzione non arriverà, perché ci sono mille altre cose da ascoltare e non c’è tempo per fermarsi a riflettere sul valore di un’opera. Esce, gli si concede quel minimo di attenzione e dopo poco si passa ad altro. Siamo sommersi da un flusso ininterrotto di musica che nessuno assimila più, un eterno sottofondo che non va da nessuna parte.

Ho avuto, e ho tutt’ora, grandi soddisfazioni dal mondo delle sette note, e farò di tutto per continuare a spargere il mio messaggio sonoro in ogni dove. Ma uscire ogni tanto dalla macchina infernale che la musica ha generato non può che farmi bene, per respirare un po’ di aria nuova, per parlare al cuore di persone diverse, per rendermi conto che esiste ancora la passione per un oggetto artistico che se vuoi fare tuo devi comprare, remunerando il lavoro di chi lo ha creato. Che è un lavoro come altri e come tale merita di essere pagato, non rubato.

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