Sincerità, personalità e…Jovanotti.

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Sono una persona inquieta, arrovellata, a tratti malinconica. E tutto quello che compongo o scrivo è specchio della mia personalità; inquieto, arrovellato, a tratti malinconico. Ma so anche essere limpido, ottimista e ironico. Sopratutto so badare all’essenza e cerco di non perdermi in discorsi fumosi, sia quando vivo che quando creo. Spesso mi hanno detto “perché non componi una canzone semplice, magari d’amore?”, a tale domanda rispondo cercando sempre di spiegare che comporre qualcosa di semplice è la cosa più complicata del mondo, specie se tu come persona non sei affatto semplice. “Scrivi una canzone come quelle di Jovanotti!” mi è stato detto. Il caro Jovanotti, miei cari, raggiunge il successo e parla a una massa enorme di persone proprio perché è così come lo vedete, naturale e genuino allo stesso modo delle sue canzoni, che possono piacere o meno ma che rispecchiano proprio il suo lato più sincero e comunicativo. Egli parla esattamente lo stesso linguaggio del grande pubblico perché è uno di loro. Per questo arriva diretto e raccoglie entusiasmo, perché la maggior parte delle persone si rispecchia in lui. Jovanotti non ha smanie esistenziali, arrovellamenti e inquietudini da mettere in musica. O meglio, ha anche lui – come tutti – i suoi problemi, ma riesce a esternarli a cuore aperto, in maniera schietta, senza usare linguaggi o forme sonore troppo arzigogolate, senza nascondersi dietro oscure metafore, senza esibire la prosopopea dell’arte a tutti i costi. Jovanotti può quindi permettersi il lusso di scrivere una bella canzone d’amore e farla giungere al cuore di milioni di ascoltatori.

A proposito del rispecchiarsi tra pubblico e artista mi permetto di citare il giovane Franco Battiato che decenni orsono, a proposito del fenomeno dei cantautori, ebbe causticamente a dire: “Ebbene lui (il cantautore. nda) si presenta con questo mucchietto di banalità che possono naturalmente avere a che fare con le banalità che ha vissuto qualsiasi povero cristo… Chiede agli altri di riscontrarvisi, il circuito di fruizione è ben oliato, lui sembra proprio così sincero, così coinvolto in quella situazione… e finisce che gli altri si riscontrano passivamente fino a mandarlo in hit-parade e a esplodere in ovazioni ogni volta che lo rivedranno con la solita faccia triste riaccennare quel motivo…”  A mio avviso in questo caso Battiato sbagliava a pensare, come si avverte tra le righe, che il personaggio con cui se la prende fosse insincero. Tutt’altro, solo se la faccia triste del Jovanotti di turno sarà onestamente triste egli arriverà al cuore degli altri, se invece sta inscenando una finzione, se sta recitando, sarà subito scoperto e la hit-parade se la sognerà. Il pubblico sa riconoscere bene quando c’è sincerità e quando invece lo si sta prendendo per i fondelli. Il saggio Franco aggiunge infine una sacrosanta verità: “Ma la gente (che lo sappia o no) non ha affatto bisogno di riscontrarsi, deve anzi librarsi di quello che crede falsamente di essere, deve perdersi in qualcosa che gli dissoci la realtà riscontrabile e gli dia la possibilità di rinnovarla e rinnovarsi. La musica non deve servire a scaricare le energie, al contrario deve ricaricare di energie, per poterle poi utilizzare in tutti i momenti prioritari della vita.” Ed è esattamente questa la filosofia che sta alla base del mio fare musica e scrittura; offrire a chi mi ascolta/legge degli input attivi, degli stimoli e delle visioni che possano fornire nuove energie, idee e punti di vista, più che un passivo rispecchiarsi a tutti i costi in quello che sono e dico.

Non mi piacerebbe quindi essere Jovanotti, mi piaccio come sono, con il mio amore per la musica raffinata, i film lenti e la scrittura onirica. Allo stesso tempo però, da bravo uomo dei dadi (vedi qui), anelo a esplorare il contrario di me, a essere più diretto e alla portata di un pubblico diverso con il quale desidererei comunicare. Ma mi piacerebbe farlo alle mie condizioni, non essendo Jovanotti ma essendo me stesso, con tutte le cose che mi caratterizzano e che ho da dire. Ma se sono solo me stesso mi contraddico, non sono più l’uomo dei dadi sempre pronto a mutare personalità. E allora come si fa? E soprattuto, a questo punto chi sarà mai questo “me stesso” di cui sto parlando?

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