Il padrone ha una nuova voce

Copertina disco Cinti

Quando mesi orsono Fabio Cinti mi parlò del suo progetto di rivisitazione de “La voce del padrone” fui preso da una sensazione positiva e timorosa allo stesso tempo. Anche se conosco bene le capacità artistiche di Fabio il decidere di misurarsi con un colosso quale è l’album di Franco Battiato non sarebbe stata certo una passeggiata. Troppo peculiari le caratteristiche del blasonato disco, un capolavoro di suoni, arrangiamenti e interpretazione, per potere pensare di rivisitarlo senza il timore di produrre un effetto tipo “vabbè, meglio riascoltarsi l’originale”.

I piani di  Cinti non prevedevano però il ricalcare pedissequamente l’intoccabile mood battiatesco; Fabio voleva anzi impreziosirlo, farlo suo in maniera rispettosa e discreta offrendo una nuova ed elegante prospettiva. E’ con estrema cura che infatti il nostro si è permesso di prendere le canzoni, spogliarle degli abiti fatti di metronomiche batterie, synth e chitarre di chiara derivazione pop-wave e rivestirle di archi aggraziati e di un puntuale pianoforte. Ciò che alla fine si può ascoltare nell’adattamento gentile de “La voce del padrone” non fa in alcun modo rimpiangere il disco originario, anzi ne accentua la rivelazione dei dettagli, dei contrappunti velati, delle melodie strumentali a volte un po’ soffocate dall’abbigliamento pop primigenio che qui riemergono chiare e luminose. Da Summer on a solitary beach fino a Il sentimiento nuevo non c’è sfumatura che caratterizzava il disco del 1981 che qui non sia presente, ma è traslata nel suono e negli arrangiamenti del bravissimo quartetto e del meticoloso pianoforte. E durante l’ascolto non c’è alcuna nostalgia per il “solito” “La voce del padrone” ma ci si stupisce anzi di quanto molto spesso le nuove versioni mostrino lati inediti di un disco che sembrava già perfetto e che ora, in questo adattamento, acquista ulteriore spessore. 

Parliamo poi della voce. Con il suo canto Cinti riprende precisamente, in maniera quasi matematica, le melodie che contraddistinguevano le canzoni e, anche in questo caso, sembra farle rinascere a nuova vita. Fabio non imita Battiato, Fabio è Fabio al cento per cento e in questo essere totalmente se stesso può permettersi di modulare la voce con naturalezza e rendersi assolutamente credibile. Può concedersi di andare alla ricerca di ogni più piccola sfumatura canora che Battiato metteva in campo e valorizzarla ancora di più, renderla di nuovo presente, traghettarla intatta ai nostri giorni dimostrando che la classe non è acqua e che un esperimento del genere solo lui poteva permettersi di metterlo in piedi rendendolo così bene.

Al termine ci si rende conto che questo non è più il disco di Franco Battiato rivisto da Fabio Cinti, le canzoni de “La voce del padrone” sono ora tanto di Franco quanto di Fabio, perché quest’ultimo le ha fatte così tanto sue da renderle veramente sue, nel profondo. Ascoltare per credere.

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