Della fine della critica musicale. (e della sua rinascita?)

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Leggevo il bell’articolo del sempre lucido Riccardo Bertoncelli sulla definiva sparizione della versione cartacea dello storico “New Musical Express”, in vita dal lontano 1949. Mi ha colpito in particolare il racconto del critico su quanto tale rivista, nell’epoca del suo massimo splendore, riusciva a fare il bello e il cattivo tempo dell’industria discografica e una recensione vergata da uno dei giornalisti della testata poteva realmente decretare il successo o l’insuccesso di un album, di un singolo, di un’artista. Certo, a volte gli scribacchini si facevano prendere la mano dal potere che avevano assunto; uno come Nick Kent, stella giornalistica par excellence del magazine inglese, vergava recensioni entusiastiche o demolenti a seconda di ciò che il suo smisurato ego gli comandava.

Esagerazioni a parte un’intelligente critica è fondamentale in ogni società che si rispetti. La funzione del critico è quella di guidare i fruitori (il pubblico) nelle scelte grazie alla cultura acquisita nel campo e alle analisi serie, puntali e dettagliate. Specialmente oggi, dove ogni aspetto delle nostre vite è comandato da internet, vasto oceano nel quale si trova tutto e il contrario di tutto, una figura che indichi in maniera scrupolosa dove sta il bello e si permetta, senza timore di dire cose scomode, di sviscerare in maniera costruttiva le pecche di un album o di un genere dovrebbe essere imprescindibile.

Purtroppo da un po’ di tempo a questa parte la figura del critico è scomparsa, ci sono ottime penne all’opera ma tutti parlano più o meno bene di tutto. Rarissime le stroncature nette. Anche perché ogni settimana viene pubblicata una tale massa di cd/vinili/download che quando un qualcosa è brutto si fa prima a non parlarne, così si evitano discussioni. Si, perché nell’epoca brutale dei social network, dove tutti si sentono in dovere di esternare il proprio punto di vista, dir male di un artista vuole dire farsi sommergere da vagonate di insulti. La parola chiave di tali insulti, rivolti all’eventuale recensore che si è permesso la stroncatura, è “tu rosichi”. Non credo sia nemmeno il caso di indagare sui significati che stanno dietro a tale affermazione, ignorante e proferita da ignoranti. Sta di fatto che io stesso non mi permetto più di criticare costruttivamente alcuno sui social, perché se le conclusioni a cui si arriva sono il fatto che io rosico allora meglio tacere per sempre e pensare ai casi propri.

Nondimeno sempre più si avverte il bisogno del ritorno a una sana critica. Le persone stanno arrivando a un punto di non ritorno nei confronti del brutto. Sempre sui social basta scrivere qualcosa tipo “la trap fa schifo” per essere sommersi dai like di approvazione. Segno che il malcontento è tangibile. Poi, chiaro; magari negli stessi social scatta la discussione costruttiva, si cerca di capire perché effettivamente la trap dovrebbe far schifo, a un certo punto però arriva il saggio di turno che dice all’autore del post originario “tu rosichi” e tutto va in vacca. Davanti ai “tu rosichi” tutto si ferma, non c’è più nulla da dire. Stop. Fine di ogni discussione.

Ma personalmente vorrei veramente capire perché la trap dovrebbe far schifo. E allora? Ho una proposta che butto lì a disposizione di chi ne vorrà fare uso, io non avrei il tempo o i mezzi per mettere su un progetto del genere ma spero che qualcuno possa accogliere il mio onesto suggerimento. Che si fondi una rivista di musica a 360 gradi. Cartacea. Sarebbe meglio uscisse in edicola ma in mancanza di ciò può anche essere una fanzine o similare. Questa rivista dovrebbe contenere articoli e recensioni che mettano in campo una coraggiosa e intelligente critica. Che sia libera da ogni vincolo, che non abbia paura di stroncare anche l’artista più di moda, che spieghi in maniera precisa perché un tale genere è oggettivamente brutto/inutile o un tale disco non dovrebbe essere pubblicato. Qualcosa del genere esiste a dire il vero: lo straordinario mensile Blow Up che analizza con grande profondità uscite del presente e del passato. Ma è fatto comunque all’80% di recensioni/articoli positivi. Quindi non è abbastanza, si può e si deve far di più nel senso di spiegare, al pubblico e agli artisti stessi, perché determinati prodotti sono brutti. Chiaro che poi ogni fruitore sarà libero di ascoltare quello che gli pare ma vorrei di nuovo una penna come quella di Bertoncelli che negli anni Settanta, dalle pagine di “Gong”, si permetteva di distruggere pubblicamente mostri sacri come gli Area o Guccini. Che poi Bertoncelli all’epoca avesse prese delle cantonate è un altro discorso, ciò che conta è quanto egli stimolasse lo spirito critico dei lettori che avrebbero dovuto prendere i prodotti e analizzarli alla luce delle sue parole, prima di berseli a occhi chiusi come tante pecore, in virtù dei nomi blasonati.

Notare bene: la rivista che ho in mente non dovrebbe assolutamente avere un sito internet o una casella email. Internet dovrebbe essere lasciato fuori da questo progetto, così come i social network. Si dovrebbe basare tutto sul passaparola e sulla voglia di andare in edicola a comprarla. Lettere di elogio o protesta? Potranno essere inviate alla redazione e scritte a mano, altrimenti saranno cestinate. Nessuno dovrebbe permettersi di fare discussioni infinite sui social distruggendo il giornale a suon di “rosiconi”. Poi magari lo si farebbe lo stesso ma il giornale e i suoi recensori dovrebbero essere obbligati a star fuori da questo assurdo e cieco gioco al massacro.

Questa è la mia idea, spero che qualcuno possa seguirla.

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