Battiato: La voce del padrone. Il libro.

In un periodo nel quale le condizioni di salute di Franco Battiato stanno facendo preoccupare molti dei suoi estimatori mi permetto di dare il mio contributo alla divulgazione (se mai ce ne fosse ulteriore bisogno) del messaggio artistico del musicista siciliano narrando quelle che sono le vicende che dalla sua nascita conducono all’esplosione de “La voce del padrone”, uno degli album più venduti nella storia della discografia italiana.

Il libro – che sarà pubblicato da Arcana Edizioni il prossimo 26 aprile e che si avvale dell’iconica foto scattata da Roberto Masotti per la copertina de “La voce del padrone” – , consta di 320 pagine e comprende una preziosa introduzione di Francesco Messina, oltre che una dettagliatissima discografia a cura di Filippo Bardi, uno dei principali collezionisti italiani di Battiato.

Sperando di farvi cosa gradita ecco l’introduzione del libro ove spiego genesi, intenti, contributi e struttura del volume.

Copertina libro Battiato

Sono più di dieci anni che ho in mente un libro dettagliato sull’artista che più di ogni altri stimo nel panorama musicale italiano. E non è un caso che io parli di “artista”, invece che di “musicista”, “cantautore”, ecc. Franco Battiato rappresenta infatti il perfetto coronamento del movimento a 360 gradi all’interno delle discipline legate al mondo dell’arte, con il suo spaziare tra generi musicali disparati e il suo misurarsi con il cinema e la pittura, inserendo in ogni sua creazione una distintiva forma e firma. All’inizio il mio progetto era quello di dedicare un intero volume al cosiddetto periodo sperimentale del nostro (troppo spesso non trattato con la dovuta attenzione) ma poi ho pensato che sarebbe stato più interessante concentrarsi sulla lenta ma inesorabile ascesa che, dal momento della sua nascita, porta all’esplosione de LA VOCE DEL PADRONE. Battiato ha sempre anteposto la ricerca di sé alla brama del successo a tutti i costi; questo lo ha portato a seguire una sua visione, ad andare spesso controcorrente, a essere disturbante, anche antipatico a tratti. Ma che lui lo abbia voluto o meno, dal giorno in cui ha deciso di fare il musicista al giorno in cui il suo album del 1981 è esploso in maniera deflagrante, c’è stato un preciso percorso che sempre più si è andato a definire. LA VOCE DEL PADRONE può essere considerato o meno l’apice dell’arte di Franco, ma non è questo il punto. La cosa importunate è che l’album citato rappresenta il momento in cui tutta una ridda di esperienze accumulate – la musica leggera, gli esperimenti, l’isolazionismo sonoro, il pop, l’elettronica, le collaborazioni… – hanno trovato un luminoso punto d’approdo, in maniera matura e comunicativa. Qui si chiude una fase, dal 1982 in poi ci sarà un altro Battiato, maggiormente in pace con se stesso e con il mondo, che, con le spalle coperte dal successo, continuerà il suo percorso multiforme in maniera più rilassata e consapevole. A me interessava sviscerare invece il grumo di irrequietezze ed esperienze che ha caratterizzato la vita giovanile di Battiato, con tutte le sue gioie e i malumori, le ricerche, le brillanti invenzioni e le cadute.

Nel tempo ho accumulato (senza smanie da collezionista ma solo con la brama del conoscitore) tutti i libri e gli articoli usciti sul nostro, grazie ai quali ho potuto ricostruire, passo per passo, tuti gli eventi. Fattore fondamentale per la ricostruzione della storia sono state però le interviste a chi ha percorso con Battiato il tratto di strada che ho deciso di analizzare. Molto difficilmente nei volumi sulla vita e l’opera di Franco si è pensato di interpellare chi con lui ha condiviso alti e bassi di questo cammino; a me invece è sembrata la cosa più naturale. In musica non ci si muove mai da soli e ogni volta che il nostro ha compiuto un passo è sempre stato circondato da musicisti, produttori, discografici, fotografi, grafici, attori o semplici amici che lo hanno spalleggiato, consigliato, guidato. Da qui il coinvolgimento dei gentilissimi Gregorio Alicata, Red Canzian, Daniele Cavallanti, Gianfranco D’Adda, Peppo Delconte, Enzo “Titti” Denna, Filippo Destrieri, Nunzio “Cucciolo” Favia, Alvaro Fella, Gaetano Galli, Giorgio Logiri, Raul Lovisoni, Luigi Mantovani, Roberto Masotti, Francesco Messina, Jutta Ninenhaus, Maurizio Piazza, Alberto Radius, Riccardo Rolli, Fabio Simion, Andrea Tich, Martin Thurn-Mithoff e Vincenzo Zitello, che hanno aperto lo scrigno dei loro ricordi illuminandomi su intriganti dettagli, raccontandomi gustosi aneddoti e facendomi scoprire lati inediti del personaggio e della sua storia, musicale e umana. Riguardo al punto di vista del diretto interessato, ho fin dall’inizio pensato che le parole dette oggi, con il senno di poi e l’usuale verve critica di Franco verso le sue esperienze di gioventù, non avrebbero del tutto reso il senso della storia. Così sono andato alla ricerca delle molte sue dichiarazioni rilasciate lungo il periodo preso in esame (nel caso in cui il materiale d’epoca fosse carente mi sono invece rifatto a dichiarazioni più recenti). So bene che riguardando all’uomo di allora il nostro potrà non riconoscersi, ma a me interessava proprio andare alla ricerca del Battiato di ieri, con tutti i suoi pregi, difetti, intuizioni e idiosincrasie. Un individuo appassionato e polemico, che tira fuori quello che c’è da dire senza peli sulla lingua, spesso in contrasto con tutto ciò che lo circonda. Un atteggiamento del genere nel nostro paese (specie per un musicista) è un caso rarissimo e come tale credo valesse la pena di ritrovare quel giovane confuso e rissoso ma anche determinato e realmente illuminante.

In questo modo l’uomo Battiato ha acquisito una dimensione più terrena e meno legata alla sua usuale immagine. Credo infatti permanga spesso una sorta di timore reverenziale nei confronti di Franco Battiato, timore che scaturisce dal suo alone mistico, dal suo essere il “maestro” che molti venerano in maniera del tutto dogmatica. Io invece ho cercato di lasciare a casa il guru e riappropriarmi del musicista, per cercare di comprenderlo in tutte le sue sfaccettature, scevro dall’alone di intoccabile che ha acquisito nel tempo. Non manca quindi un’analisi critica della sua opera, così come non manca, allo stesso tempo, un gradissimo rispetto e ammirazione per colui che mi ha fornito, da quando ho 13 anni, sogni, visoni, guide e insegnamenti. Per questo io ringrazio di cuore e abbraccio Franco Battiato, e come me tutti gli Italiani dovrebbero essergli riconoscenti; in virtù della sua arte proteiforme e senza compromessi ci ha mostrato un universo sfaccettato e prezioso di suoni e conoscenze come mai nessuno prima.

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Storia notturna #31

Il secondo estratto dal volume “Storie notturne”, che sarà pubblicato nei prossimi giorni da Ensemble Edizioni. “Storie notturne” rappresenta l’esordio di Fabio Zuffanti nel mondo della narrativa.
Per altre info: http://www.edizioniensemble.it/prodotto/storie-notturne/

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Un’immensa stazione abbandonata. Binari divelti. Erbacce. Muri che cadono a pezzi. Stanze sventrate. Mattoni sparsi per terra. Una cisterna vuota. Vagoni senza ruote adagiati sul terreno. Strade spaccate. Spazzatura. Cocci di vetro. Il mondo intero, devastato fino a perdita d’occhio. Ti ricordi quando nevicava? Andavamo spesso a camminare in quei luoghi sotto una coltre lattiginosa e abbagliante. Ci piaceva da impazzire vagare tra il decadimento e la desolazione. Trovarci tra quegli ammassi di macerie risvegliava qualcosa in noi. Esploravamo l’interno della stazione, le sale d’aspetto con le panche di legno ove gli uccelli avevano costruito i loro nidi, le stanze di comando dei treni con i macchinari fatti a pezzi. Salivamo sulle carrozze, sedevamo sulle poltroncine a brandelli, correvamo e gridavamo, liberi di tirare fuori tutta la nostra voglia di esser vivi tra i morti. Più ci addentravamo nella devastazione più cresceva in noi la vita, aumentavano la passione e la voglia di possederci. Ci spostavamo in un largo complesso edilizio, nella città secca di lacrime. Dentro i palazzi, tra gli appartamenti colmi di detriti, coi letti arrugginiti, i materassi sfondati e pulciosi. In quei luoghi cedevamo finalmente al desiderio. Facevamo l’amore impacciati dagli abiti pesanti, con una foga animalesca, ebbri l’uno dell’altra, in preda a una perdita di sé feroce e ipnotica. Seminavamo la voluttà in quegli antri di estinzione, tra le rovine del mondo. Fuori la neve continuava a cadere, ricoprendo ogni cosa di un bianco perlaceo che sembrava far brillare il paesaggio dilaniato. Uscivamo per le strade dall’asfalto crepato e ci rincorrevamo felici. Tu ti fermavi e alzavi il viso, facevi cadere i fiocchi nella bocca abbeverandoti di essi. Il cielo e la terra non si distingue- vano, erano un manto uniforme, senza confini.

Storia notturna #7

Un breve racconto tratto dal volume “Storie notturne”, che sarà pubblicato nei prossimi giorni da Ensemble Edizioni. “Storie notturne” rappresenta l’esordio di Fabio Zuffanti nel mondo della narrativa.
Per altre info: http://www.edizioniensemble.it/prodotto/storie-notturne/

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Cosa faresti se scoprissi che nascosta dietro quel mobile che non sposti da anni c’è una porta? E che dietro quella porta c’è una stanza, la stanza di una casa nella quale c’è una donna che è la tua immagine riflessa. Un’immagine allo specchio che non è totalmente te, è la copia ribaltata di te. Lei ti accoglierebbe e ti inviterebbe a bere una tazza di caffè, che tu reggeresti con la mano sinistra e lei con la destra. Tu e questa donna che è la tua immagine riflessa scoprireste di avere subìto lo stesso destino, ma in modi opposti. Tu sei stata abbandonata e sei rimasta sola nella casa, lei ha abbandonato ed è rimasta sola nella casa. Tu ti struggi vagando per le stanze e ritrovando gli oggetti di lui; libri, film, vestiti, cappotti, quadri che nel tempo lui aveva deposto nella casa e che erano escrescenze del suo vivere assieme a te. Oggetti ancora presenti, visto che lui è fuggito senza lasciar traccia. Lei si strugge vagando per le stanze senza più ritrovare gli oggetti che nel tempo lui aveva deposto. Oggetti asportati come tumori. Oggetti che lei lo ha obbligato a portar via assieme alla sua persona. Parleresti con questa donna, le spiegheresti quanto è lacerante essere abbandonati mentre lei ti confiderebbe quanto è lacerante abbandonare. Le diresti quanto ti manca e quanto vorresti riaverlo, ti direbbe quanto le manca e quanto non vorrebbe riaverlo. Vi prendereste le mani, vi guardereste negli occhi e capireste che non c’è via d’uscita.

Amore Onirico

Ieri ho registrato alcune nuove canzoni di cui vi racconto la genesi. Una mattina dello scorso anno ho imbracciato improvvisamente la chitarra e ho cominciato a cantare una serie di pezzi che fino a pochi istanti prima non esistevano. Spinto da un’improvvisa urgenza compositiva ho “partorito” in tempo reale otto canzoni già formate. E’ la prima volta che una cosa del genere mi succede e sono rimasto abbastanza sconvolto. Fortunatamente un registratore era lì acceso a immortalare un qualcosa che altrimenti sarebbe andato perso per sempre. Da dove sia venuto fuori questo materiale resta un mistero. Una cosa è certa, a livello di testi tutto ciò è lo specchio di una serie di pensieri e di ricordi che da tempo stagnavano in me.

All’inizio pensavo di pubblicare i pezzi così come erano usciti fuori ma la qualità sonora faceva veramente pena, così ho deciso di registrali da capo suonando tutti gli strumenti e arricchendoli di vari arrangiamenti. Il tutto sarà raccolto in un EP che vorrei intitolare “Amore Onirico”.

Non è materiale che potrà interessare al mio fan “prog-oltranzista”, amante unicamente del mio versante rock-sinfonico, ma per chi ha deciso di seguire il mio percorso a 360 gradi nella musica penso sarà materiale interessante. Il tutto nell’attesa del mio nuovo album che a livello di testi approfondirà alcune tematiche già presenti in queste canzoni.

Non so quando questi otto pezzi potranno essere pubblicati, ne’ chi potrà essere interessato a pubblicarli, ma lavorerò alacremente nelle prossime settimane per far si che ciò accada. In ogni caso li presenterò in una serie di date acustiche a partire da maggio, con il sottoscritto unico protagonista sul palco.

Qui sotto riporto i testi. Spero possano arrivarvi così come sono arrivati a me. Grazie.

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(Foto di Ivan Santovito)

CANZONE PER AVERE PAURA

La prima volta che ti ho incontrata
Avevi occhi come i miei da bambino

Poi sei andata via
A quegli appuntamenti
Sempre pieni
Dove tu non puoi mancare
Anche se non ti importa

“Amami ora! Stammi vicina, e non permettere che io ti possa odiare”
Lei mi diceva
Io non parlavo

La prima volta che ti ho toccata
Mi sarei messo a piangere
Solo tu eri viva

C’è molto ancora di cui parlare
L’amore ha stancato
C’è molto ancora di cui cantare

E la voglia di andar via
Che a volte mi prende
Anche quando sto bene
E i giorni son belli

FUORI DAL LOCALE

Fuori dal locale
Tanta gente
Tutti con la barba lunga
Lunga lunga
Tutti col bicchiere in mano
E la sigaretta
Guardano giù
Guardano su
Guardano indietro
Guardano i piedi
Guardano le bocche di chi li guarda
E non sanno cosa guardare

Fuori dal locale c’e tanta musica
Ma è dentro il locale
Fuori fa freddo ma è meglio stare
Fuori dal locale

E con la birra
E con la sigaretta
E ti guardo la bocca
E ti guardo la sigaretta
E ti guardo la bocca
E non so cosa dire
Ma ho la barba lunga
E lunga fino ai piedi
E non so cosa dire
E non so cosa fare
E fuori c’è la musica
E dentro c’è la musica
E siamo fuori dal locale
Ma fuori dal locale
E’ meglio stare
Perché fuori c’è freddo
E dentro c’è caldo

Fuori dal locale si sta
Sempre più bene che dentro
Perché fuori c’è più freddo
Perché fuori si può parlare
Perché per entrare bisogna pagare
Quindi è meglio stare fuori
E’ meglio parlare
E’ meglio guardare la tua gonna, i tuoi pantaloni e i tuoi sandali e i tuoi…

Fuori dal locale possiamo, possiamo anche parlare
Ma non parlavamo
O abbiamo parlato
C’era tanta gente
C’era tanta gente
C’era tanta gente
C’era tante gente che voleva parlare
Con me e con te
E non parlavamo
E ci guardavamo
E guardavo la tua bocca e guardavo i tuoi sandali e guardavo la tua maglia a righe
Ed eravamo tutti uguali
E la barba lunga e le barbe lunghe fino ai piedi e la sigaretta e la birra fuori dal locale
Ma dentro c’era la musica
E dentro c’era la musica

Dentro il locale c’era la musica

IO NON SO COSA FAI

Io che ne so dove sei che ne so dove vai cosa fai
Io che ne so la sera quando torni indietro a casa tardi cosa fai
Io non lo so dove sei non lo so cosa fai io non lo so quando torni tardi la sera
Quando torni quando torni e se torni cosa fai

Esci tardi esci piano nessuno si accorge del fatto che esci
Ma esci e non torni e non torni fino a tardi
E io che ne so cosa fai io non so cosa fai io non so cosa fai io non so cosa fai

L’altro giorno ero a caccia
Di rane

L’altro giorno avevo il fucile
Troppo grande per le rane

Meglio la macchina
Meglio la macchina

Ma io non so dove sei io non so cosa fai
Quando esci la sera e non torni cosa fai
È tardi è tardi e dove sei e cosa fai
Io non so io non so io non so cosa fai

E’ tardi e cosa fai
È tardi e dove sei
E’ tardi e cosa fai

IL BOLLETTINO DEI MORTI

Questa è la storia di chi mi cercava e non mi trovava
O di chi mi cercava e pensava
Che io fossi già arrivato

Questa è la storia di chi mi cercava e non mi trovava

Ascoltami, tu,
Che fai il bollettino
Ogni giorno dei morti
Ogni giorno muore qualcuno
E tu fai il bollettino

Ecco, io ti vorrei dire che
Questa è la storia
Questa è la storia
Di una persona che arrivata a un certa età
E’ morta
A un certa età è morta
Nemmeno pochi gli anni
Che l’hanno fatta morire
E tu fai il bollettino dei morti ogni giorno
E ti dispiace ti mancano persone che non hai mai conosciuto

IL MIO GATTO E’ UN CANE

Il mio gatto è un cane
Non mi lascia spazio
Non so più che fare
Ecco ora lo ammazzo

Il mio cane urla
Solo nella notte
Quando si risveglia
E in mente ha tutto rotto

Il mio cane sbrana
Tutto il suo buio
Che si ritorce dentro
E gli spara a fondo

Il mio gatto è strano
Non c’è più rispetto
Non mi chiama mai
Quando io lo cerco

Se ne va soltanto
A cercare il cane
E il cane non è più mio
Il cane non è più mio

LA RISPOSTA

La risposta in te non c’è più
La risposta in te non c’è, non c’è
La risposta in te non c’è più
La risposta in te non c’è più

Non andare più nel parco
A guardare le papere
Non c’è più una risposta
La risposta non c’è più

Non c’è più la risposta
La risposta non c’è più
Non andare più nel parco
A parlare con le papere

La risposta non c’è più
Non andare, non andare
La risposta non c’è più

STAVO MALE?

Certi giorni io
Non so
Se la nausea che ho
Sia vera

Certi giorni
Non riesco a bere
Non riesco a mangiare
Per questa nausea
Che io non so se è vera

Ti ricordi quella strada
Eravamo io e te
E la gente che correva
Ti ricordi quella strada

Ti ricordi
Non potevo parlare, non potevo più mangiare
Se ti ricordi ti prego racconta
Perché non ricordo
Perché non ricordo
Perché non ricordo
Più
Cosa mangiavo
Per avere così tanta
Voglia di sputare
Voglia di vomitare
Voglia di parlare
E non parlavo
E non parlavo

Ti dicevo che avevo tanto da dire
Ma non parlavo
Ti prego ricordami
Perché non parlavo
Che cosa volevo

Le dieci e mezza ed era tutto normale
Non riuscivo
Ad uscire
A mangiare
Ad urlare
A parlare

Le dieci e mezza e non riuscivo

Ora lo sai sono passati molti anni
E sembra tutto a posto
E sembra normale
Essere qui
Essere vivi
Non esser stati male

Ma quanti giorni, quanto tempo
E’ passato

Io stavo male
E tu lo sapevi
Che io stavo male

Ma male di cosa?
Ma male di cosa?

No, non stavo male veramente
Volevo soltanto che tu mi dicessi
Che non era vero
Che non era vero
Che non era vero
Che io stavo male
Che non era vero che io stavo male
Che non era vero che io stavo male
Che non era vero che io stavo male

Perché io stavo bene
Volevo soltanto
Volevo soltanto…

TUA MADRE TI HA PRESO

Era marzo
E tu ti svegliavi nella notte
E camminavi
Camminavi avanti e indietro

Io da poco ero stato da solo in una casa
Con scarpe nuove e molto freddo e una sigaretta
In un balcone mentre guardavo case fuori
Dove non c’era nessuno

E pioveva un poco e il cielo era grigio
E facevo camminate
Camminate lunghe al mattino
Verso le montagne o verso il mare
E facevo lunghe passeggiate
E poi mi ritrovavo
Di nuovo con la sigaretta in mano
Nel balcone a guardare quelle case
Quelle case vuote, quelle case per le vacanze
Dove a marzo non c’era nessuno

Poi son tornato a casa
E cosa mi aspettava, te la notte che giravi avanti e indietro
E volevo uscire, la porta era chiusa ma tu non volevi andare
Tu in realtà non volevi uscire
Tu volevi stare dentro ma cercavi di uscire

La mia porta chiusa
Una poltrona davanti alla porta
Per impedirti di entrare
E tu volevi entrare e guardarti un po’ attorno e poi uscire di nuovo
Perché non sapevi veramente
Se volevi stare lì dentro, se volevi stare fuori

E notte dopo notte e notte dopo notte
Di giorno dormivi e di notte giravi
Di giorno dormivi
Mentre io stavo cercando di venire a patti con quello che era successo in quei giorni

Non capisco come ho fatto, non capisco
A tener tutto dentro, a tener tutto dentro
A guardarti girare la notte
Di giorno dormire e girare la notte

E poi hai cominciato a cadere, hai cominciato a cadere
E una notte ti ho urlato
Che era meglio farla finita, era meglio farla finita
E continuavi a cadere e io ti rialzavo
Prendendoti da sotto le braccia

Ed è venuto il tempo
In cui poi ti sei mosso
E poi non ti sei mosso più
Da quel letto dove urlavi, dove urlavi
Dove chiedevi a tua madre
Di venirti a prendere
Dove chiedevi a tua madre
Di venirti a prendere

Tutti i momenti
Giorno e notte, giorno e notte
E non dormivi più
E chiedevi solo a tua madre
Di venirti a prendere

E poi quel giorno tua madre ti ha preso