Il padrone ha una nuova voce

Copertina disco Cinti

Quando mesi orsono Fabio Cinti mi parlò del suo progetto di rivisitazione de “La voce del padrone” fui preso da una sensazione positiva e timorosa allo stesso tempo. Anche se conosco bene le capacità artistiche di Fabio il decidere di misurarsi con un colosso quale è l’album di Franco Battiato non sarebbe stata certo una passeggiata. Troppo peculiari le caratteristiche del blasonato disco, un capolavoro di suoni, arrangiamenti e interpretazione, per potere pensare di rivisitarlo senza il timore di produrre un effetto tipo “vabbè, meglio riascoltarsi l’originale”.

I piani di  Cinti non prevedevano però il ricalcare pedissequamente l’intoccabile mood battiatesco; Fabio voleva anzi impreziosirlo, farlo suo in maniera rispettosa e discreta offrendo una nuova ed elegante prospettiva. E’ con estrema cura che infatti il nostro si è permesso di prendere le canzoni, spogliarle degli abiti fatti di metronomiche batterie, synth e chitarre di chiara derivazione pop-wave e rivestirle di archi aggraziati e di un puntuale pianoforte. Ciò che alla fine si può ascoltare nell’adattamento gentile de “La voce del padrone” non fa in alcun modo rimpiangere il disco originario, anzi ne accentua la rivelazione dei dettagli, dei contrappunti velati, delle melodie strumentali a volte un po’ soffocate dall’abbigliamento pop primigenio che qui riemergono chiare e luminose. Da Summer on a solitary beach fino a Il sentimiento nuevo non c’è sfumatura che caratterizzava il disco del 1981 che qui non sia presente, ma è traslata nel suono e negli arrangiamenti del bravissimo quartetto e del meticoloso pianoforte. E durante l’ascolto non c’è alcuna nostalgia per il “solito” “La voce del padrone” ma ci si stupisce anzi di quanto molto spesso le nuove versioni mostrino lati inediti di un disco che sembrava già perfetto e che ora, in questo adattamento, acquista ulteriore spessore. 

Parliamo poi della voce. Con il suo canto Cinti riprende precisamente, in maniera quasi matematica, le melodie che contraddistinguevano le canzoni e, anche in questo caso, sembra farle rinascere a nuova vita. Fabio non imita Battiato, Fabio è Fabio al cento per cento e in questo essere totalmente se stesso può permettersi di modulare la voce con naturalezza e rendersi assolutamente credibile. Può concedersi di andare alla ricerca di ogni più piccola sfumatura canora che Battiato metteva in campo e valorizzarla ancora di più, renderla di nuovo presente, traghettarla intatta ai nostri giorni dimostrando che la classe non è acqua e che un esperimento del genere solo lui poteva permettersi di metterlo in piedi rendendolo così bene.

Al termine ci si rende conto che questo non è più il disco di Franco Battiato rivisto da Fabio Cinti, le canzoni de “La voce del padrone” sono ora tanto di Franco quanto di Fabio, perché quest’ultimo le ha fatte così tanto sue da renderle veramente sue, nel profondo. Ascoltare per credere.

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Me stesso? Che noia!

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Lucius Rhinehart è un affermato psicologo nella New York dell’estate 1968 che col tempo ha perso la passione per la sua professione ed stufo dei soliti metodi. Il suo matrimonio si sta inoltre avviando verso una crisi, gli amici sono sempre gli stessi, gli stimoli mancano e la vita si trascina stanca e senza mordente.
Una sera, al termine dell’ennesima partita di poker, spinto da un irrefrenabile desiderio nei confronti della sua vicina di casa, moglie del suo migliore amico nonché collega, Lucius decide di affidare a un dado il suo farsi avanti o meno con la donna. Il lancio gli offre un responso positivo così Lucius si butta, e gli va bene.
Da quel momento lo psicologo decide di affidare la sua intera vita al dado. Prima gli assegna scelte di poco conto, poi via via si impone interi cambi di personalità a seconda di ciò che il gioco gli comanda. Volta per volta diviene quindi un folle, un barbone, un fervente religioso, un ateo impenitente, un eterosessuale, un omosessuale, uno scienziato, un personaggio aggressivo o alquanto mite, un bianco, un nero, un marito modello, un marito fedifrago, un assassino, Gesù Cristo. Questo e molto altro in un crescendo di delirio sempre ironico ma alquanto lucido nel mostrare quello che tutti potremmo essere, basterebbe volerlo.

 

“L’uomo dei dadi” dell’americano George Powers Cockcroft, in arte Luke Rhinehart, è un libro di culto uscito negli Stati Uniti nel 1971 e pubblicato in Italia nel 1973 (dal 2004 circola un’edizione curata da Marcos Y Marcos, nell’ultima ristampa c’è anche un dado in omaggio). Il volume scivola dalla satira al grottesco ma riesce a essere anche una sorta di trattato psicanalitico decisamente illuminante, se si va oltre la patina di ironia dissacratoria di cui è composto. Lo scorso anno, quando mi è capitato per la prima volta tra le mani, sono rimasto sconvolto dalla sua lettura, vi spiego perché.

Personalmente mi capita spesso di essere stanco del “solito me”, del personaggio che da sempre impersono, di ciò che, per educazione e percorso di vita, sono diventato. Mi vado stretto. A voi non capita mai? C’è una frase che non mi è mai stata simpatica “Io sono fatto/a così”, solitamente pronunciata da persone che non intendono mutare di un centimetro il proprio carattere e che si barricano dietro tale supposta coerenza per mettere in atto tutto il loro essere statiche, ignavi e anche molto noiose. Io credo fermamente invece che tutti noi possiamo, se lo vogliamo, essere anche molto altro. Possiamo esplorare altri modi di essere noi stessi. La pseudo autobiografia del dottor Rhinehart porta a livelli parossistici la cosa ma nella sua essenza svela quanto siamo schiavi delle nostre personalità. A volte basterebbe veramente affidarsi al caso (e dotarsi di coraggio) per trasformarsi in qualcun altro. Questo ci aprirebbe a nuove realtà, potremmo provare sulla nostra pelle quello che provano tutti quelli che sentiamo distanti da noi. Sono timido? Il dado mi da coraggio per essere un non-timido. Ho paura del diverso? Mi trasformo nel diverso, mi metto nei suoi panni, capisco quello che prova e scardino le mie chiusure. Non vado d’accordo con una persona? Divento quella persona e cerco di comprendere sulla mia pelle il suo punto di vista. Mi annoio di me? Divento un altro.

Detta così pare semplice, me ne rendo conto, e far forza su quelli che sono i meccanicismi (e le catene) della propria personalità non è certo il gioco che Luke Rhinehart mette in atto tra le pagine del suo romanzo. Ma il libro dovrebbe essere solo il pretesto per pensarci un poco sopra. Siamo veramente “Io sono fatto/a così” o è solo una bugia che ci raccontiamo, un paravento che usiamo quando non vogliamo prenderci la responsabilità di entrare in empatia con altre situazioni e persone?
“L’uomo dei dadi” cerca una risposta a questa annosa domanda e personalmente da quando l’ho letto non sono pochi i momenti in cui, dado o non dado, sento il desiderio di uscire dal mio me stesso abituale per indossare altri caratteri. Del resto sono abituato, con la musica, a esplorare mondi diversificati, quindi perché non traslare un esperimento artistico in uno umano per rendersi veramente completi e finalmente liberi dalle proprie auto-imposte catene?

 

Pensateci, e nel frattempo non fatevi scappare “L’uomo dei dadi”, vi divertirà e vi metterà in crisi come solo le grandi opere devono sapere fare.

Di silenzi e altri rumori

In questo periodo ho letto, o sto leggendo o leggerò, molti volumi che hanno come tema il silenzio. Da principio mi sono avventurato nel mediocre Il silenzio del norvegese Erling Kagge, sono poi passato all’illuminante Silenzi eloquenti dell’architetto spagnolo Carlos Martí Arís, al momento sono alle prese con il bel Elogio del silenzio dell’americano John Biguenet e, terminato quest’ultimo, mi butterò su Per eremi silenziosi, scritto nel 1911 dal filosofo russo Vasilij Vasil’evič Rozanov.
elogio
Ma non è finita, sono da sempre appassionato di arte silenziosa, sia essa musica, letteratura, cinema e chi più ne ha più ne metta. Amo tutte le discipline ove si cerca di scavare nel vuoto per sottolineare un significato, ove l’assenza conta più della presenza e gli elementi del visibile sono messi in evidenza proprio grazie all’invisibile. La musica di Stephan Micus, tanto per fare un nome; uno che da sempre si muove con circospezione tra suono e non-suono, accarezzando l’aria con i suoi strumenti e stando bene attento a evidenziare la nota gusta al momento giusto. Non parliamo poi di Morton Feldman che ha fatto dell’uso della rarefazione sonora un caposaldo della sua opera.
micus
Nel cinema come non citare, tra i tanti, l’ungherese Béla Tarr, dalle inquadrature quasi inamovibili che permettono allo spettatore di penetrare un tempo indefinito ove il frastuono del mondo viene messo da parte a favore di una staticità estatica. O il giapponese Yasujirō Ozu, che con pura arte zen trasferisce su pellicola momenti di sospensione all’interno della trama filmica (l’inquadratura di un vaso o un elemento di un’abitazione) per amplificare lo svolgersi delle vicende.
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Grazie al libro di Carlos Martí Arís ho potuto scoprire parecchi architetti che hanno lavorato intorno al silenzio, edificando costruzioni nella quali il vuoto ha lo stesso valore del pieno. Come Ludwig Mies van der Rohe e la sua Nationalgalerie di Berlino o Eladio Dieste con la Chiesa di San Pedro di Durazno.
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In pittura Mark Rothko ha riempito di colori ampie tele non lasciando apparentemente spazio per altro; in realtà i suoi studi sui toni e sulle varie sfumature sono nient’altro che meditazioni sul silenzio. Hanno il potere di aprire un varco dentro l’animo di chi guarda immergendolo in un clima di astrazione dalle frenesie del presente.
rothko
Poi in letteratura, con certe pagine di Fleur Jaeggy che sfiorano con delicatezza lo spirito del lettore con vicende quasi immobili, nelle quali i personaggi danzano leggeri sul confine sottile che separa la realtà dall’irrealtà.
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Ci sono addirittura vacanze silenziose, come quella descritta e fotografata da Claudio Giunta e Giovanna Silva in Tutta la solitudine che meritate – Viaggio in Islanda. I due offrono un perfetto diario di viaggio ove a farla da padrona non è la consueta esposizione delle meraviglie e degli usi e costumi del luogo ma bensì una ricerca di paesaggi fermi, di luoghi dimenticati o mai lambiti dal passaggio dell’uomo.
solitudine
Questa ridda di pubblicazioni o di ricerche su esperienze silenziose non rappresentano altro che un desiderio di fuga. Avete mai pensato di mollare tutto e affrontare un eremitaggio a tempo indeterminato? O di fare un’esperienza di vita monastica in un convento? A me capita sempre più spesso; desidero ciò perché ho bisogno di spalancare le finestre del mio spirito per lasciarvi entrare aria pulita, sogno una stasi che mi dia la possibilità di placarmi e riflettere. Che porti il mio cervello in continua eruzione a stoppare il suo frenetico ritmo e a mettersi in ascolto. Che mi ricordi che sto esistendo. Ma siccome il lavoro che svolgo pretende io abbia sempre la mente in movimento non posso fare altro, nei momenti liberi, che rincorrere il silenzio tramite libri, musica e arti assortite.
Se però mi guardo indietro e rileggo quanto scritto finora mi rendo conto che ho parlato così tanto da produrre un gran rumore.

La follia del vivere intenso: “Romanza senza parole” di Sof’ja Tolstaja

romanza

Nel 1897 Sof’ja Tolstaja, che tutti chiamano Sonja, sta faticosamente tornando alla vita. Un anno e mezzo prima Ivàn, il figlio di appena sette anni, è venuto a mancare a causa della scarlattina segnando indelebilmente l’esistenza della donna. Questo immenso dolore si è andato a sommare alle ansie di un rapporto da sempre burrascoso con il marito, Lev Tolstoj. L’immenso scrittore russo è da sempre uomo difficile, dal carattere volitivo, soggetto a cambiamenti di idee e umori, schiavo della sua arte e dei suoi princìpi. Ciò rende problematica la convivenza con la moglie, sposata quando questa era appena diciottenne e lui aveva il doppio dei suoi anni.

Sonja è fiera e scrupolosa, non si lascia intimidire dai capricci del coniuge ma riesce anzi a tenergli testa badando a non farsi sopraffare. E’ insomma è il prototipo della donna moderna, che non si lascia sottomettere dall’autorità maschile ma cerca invece di perseguire la sua visione, di condurre un’esistenza autonoma e tesa alla propria realizzazione. E’ però allo stesso tempo una moglie devota; supporta lo scrittore nel suo lavoro, corregge e copia le stesure dei suoi scritti e si occupa di tutti gli aspetti burocratici. Anche lei è preda di cambiamenti d’umore, gelosie e possessività nei confronti del celebre marito. I litigi in casa Tolstoj sono quindi all’ordine del giorno, con frequenti fughe da parte dell’uomo, pentimenti, rappacificazioni e nuove battaglie.

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Sonja è pur essa una valente scrittrice, non si avventura in ampie e intricate costruzioni come il consorte ma sa bene rappresentare gli struggimenti dell’anima, riesce a focalizzare quei grumi di ansie e felicità che caratterizzano i rapporti amorosi e li descrive con grazia e cocente trasporto. Già nel 1893 aveva scritto Amore colpevole, sorta di accorata risposta alla spietata analisi del matrimonio contenuta nella Sonata a Kreutzer del più famoso coniuge. Dopo quel tentativo ha però scelto di dedicarsi a curare spirito e arte di quest’ultimo mettendo da parte il suo indubbio talento. A seguito della dolorosa scomparsa del figlioletto ecco che una timida fiamma si riaccende.

La magione dei Tolstoj è da qualche tempo frequentata da un pianista di talento, Sergej Ivanovič Taneev, che con la sua musica contribuisce a lenire la sofferenza di Sonja. Ben presto la passione per le esecuzioni del pianista esonda gli argini del puro interesse artistico per sbocciare in un sentimento. Tolstoj si accorge della cosa e le scenate di gelosia infiammano nuovamente l’atmosfera di casa. In tutto ciò il pianista non sembra rispondere agli interessi di Sonja, la quale ricade in un doloroso struggimento e comincia a buttare su carta le sue emozioni. Il risultato di questo travaglio sarà Romanza senza parole, che rimarrà sepolto in un archivio di Mosca e solo nel 2010 verrà alla luce. In Italia è arrivato lo scorso anno grazie alle cure de La Tartaruga, marchio di Baldini & Castoldi.

Romanza senza parole è un incanto di narrazione fluida che sembra dipanarsi sospinta da un movimento musicale, ora lieve, ora impetuoso; quello delle romanze di Felix Mendelssohn che Taneev eseguiva in casa Tolstoj e che il fascinoso protagonista maschile del romanzo, Ivan Il’ič (nome preso a prestito da una delle opere di Tostoj), esegue per la giovane Saša. Questa soffre di un’acuta depressione a seguito della perdita della mamma e a nulla servono le cure del marito, uomo mite e bonario che ha la sola passione per la botanica. Quando Ivan Il’ič viene ad abitare nei pressi della dacia estiva di Saša e comincia a esercitarsi con il pianoforte ecco che le note schiudono il forziere del cuore della donna riportandola alla vita e facendole assaporare intensi bagliori di felicità. Le descrizioni del trasporto di Saša mentre ascolta la musica di Ivan sono passaggi di rara bellezza che trafiggono il cuore con intensità; sembra di assaporarlo con tutti i sensi questo afflato di pura gioia che la musica eccita nell’animo della donna. Come è successo a Sonja anche Saša, tra mille timori e ripensamenti, viene travolta da un sentimento che non è quello della semplice passione musicale ma vuole bensì abbracciare in pieno l’arte e l’artista. E in questo frangente che le parole della Tolstaja si fanno puro incanto, quando essa descrive la lotta interna di Saša che anela a vivere appieno la purezza dell’arte, scevra da ogni coinvolgimento “umano”, e invece si accorge che sempre più il suo interesse si va posando sull’uomo. Da qui in poi sarà una lenta discesa nei meandri dell’emotività e della pazzia. Pazzia che sempre più contagerà anche la vita di Sof’ja Tolstaja che vivrà il resto della sua vita in un rapporto sempre più tempestoso col marito, fino agli ultimi giorni dello scrittore.

sofia e lev

Romanza senza parole è lo specchio dell’esistenza di una donna che ha scelto di vivere con un fervore fuori dal comune, non curandosi delle regole sociali e delle imposizioni. Una vita tormentata e in qualche modo eroica, a un passo dalla perdita della ragione, ma intensa, realmente viva.

Musica Di Merda!

Musica di merda

Sto dedicandomi con curiosità al libro di Carl Wilson “Musica di merda” (il titolo inglese è in realtà meno brutale, “Let’s Talk About Love: Why Other People Have Such Bad Taste”) e lo sto trovando una lettura illuminante. Il volume in questione si occupa di analizzare perché spesso pensiamo che i nostri gusti siano migliori di quelli di altri e perché tali convinzioni a volte meriterebbero di essere messe un poco in discussione. Per far questo l’autore si sofferma su un disco di Céline Dion, popstar da lui fortemente odiata che pian piano, lungo le pagine, viene maggiormente compresa nel suo messaggio grazie a un profondo studio psicologico che l’autore mette in atto su se stesso, a raffronti con opere sociologiche riguardanti i gusti artistici delle persone, a studi sulla popolarità della cantante canadese, interviste a suoi fan sfegatati e molto altro. Alla fine Wilson non muta il suo parere iniziale ma affronta comunque la recensione di uno dei più famosi album della Dion con cuore e mente aperti, senza farsi accecare dai pregiudizi.

Céline Dion

Una lettura divertente e molto profonda, perfetta per chi ama la musica e non gli atteggiamenti che da questa spesso derivano (uno su tutti – il più temibile – l’adorazione del cool). Non perché si debbano mutare a tutti i costi i propri gusti ma per capire che ciò che piace o non piace a noi non è detto debba piacere o non piacere ad altri. Discorso banale ma tutt’altro che di facile attuazione. Spesso siamo portati infatti a pensare che ciò che noi amiamo sia il top e chi non ama con lo stesso fervore è uno che non ha capito nulla, un povero ignorante. Io stesso a volte sono così, e arrivare alla consapevolezza a cui è arrivato Wilson è un bel viaggio che richiede impegno, capacità di mettersi in discussione e voglia di confrontarsi con cose diverse, magari odiate profondamente ma che vale la pena di capire perché aprirsi a cose diverse vuole dire aprire qualcosa in più in noi stessi. Poi potremo tornare ai nostri gusti ma sarà tutt’altra cosa farlo con mente aperta invece di rimanere arroccati nelle torri d’avorio come se avessimo paura di perdere chissà quale parte di noi.

Mr. Creosote

Leggendo mi è tornata in mente la mia lettera di esattamente quattro anni orsono dedicata alla cosiddetta “casta musicale” (la si può ancora trovare qui). Cosa è mutato in quattro anni rispetto a quell’ingenua ma appassionata filippica? Probabilmente nulla. In me invece sono cambiate molte cose. Non credo di avere perso la voglia di lottare perché anche altre musiche possano giungere all’attenzione di un pubblico più vasto ma credo che mai più potrei scrivere che esiste una casta e cose del genere. In realtà ciò che esiste sono case discografiche con più soldi di altre che hanno la capacità lanciare i propri artisti con mezzi più potenti. Null’altro. Ed esistono i gusti delle persone. Dobbiamo farcene una ragione ma Céline Dion arriva a centinaia di migliaia di ascoltatori perché parla al cuore di molti, non è cosa per pochi eletti. E visto che tantissima gente si rispecchia nel suo messaggio è giusto che lei sia dov’è. Certo, nei miei sogni malati penso sarebbe fantastico che tutti potessero entrare in sintonia con una suite da venti minuti incentrata sul simposio di Platone ma questa non è la realtà di questo momento storico. Lo è stata negli anni Settanta e forse un giorno lo sarà di nuovo, ma non ora. E bisogna farsene una ragione. Quindi cosa resta da fare a noi musicisti e ascoltatori “strani”? Sicuramente continuare a esprimerci e ascoltare ciò che riteniamo più consono ma allo stesso tempo guardare anche un po’ al di la del nostro naso, magari leggendo un libro come “Musica di merda” per imparare che il nostro orticello non è quello benedetto dagli dei e che tanti orticelli vicini a noi meritano di essere curati perché possano crescere rigogliosi e un giorno si uniscano in un grande giardino lussureggiante.

Tim (e Jeff)

Tim Buckley

Ieri ho guardato il film di Daniel Algrant “Greetings from Tim Buckley”, imperniato sulla prima esibizione pubblica di Jeff Buckley alla St. Ann’s Church di Brooklyn ove egli eseguì, tra lo sbigottimento generale, alcune canzoni del padre defunto diversi anni prima. Tolto che ho trovato il film molto piacevole, pur con diversi momenti discutibili (specie il modo in cui è stata tratteggiata la figura del Buckley giovane, a tratti un poco caricaturale), questi è stata l’occasione per riascoltare tutta un serie di capolavori di Tim che fungevano da colonna sonora. Anche se è è Jeff il protagonista è infatti sullo spinoso rapporto col padre che è incentrata la pellicola. I fatti narrati fanno presagire la brillante (e sfortunata) carriera del giovane ma guardano spesso indietro agli anni in cui il diciannovenne Tim girava l’America con chitarra e amante a carico incurante di moglie e infante da pochissimo partorito e mai considerato. Questo abbandono Jeff se lo porterà dietro per tutti gli anni della sua breve esistenza e, per quanto ne sappiamo, il conflitto non fu mai totalmente risolto. Quello che a noi in fondo però interessa sono le canzoni; vere lame affilate che sprofondano nell’animo dell’ascoltatore facendolo sanguinare di sublime melanconia. “Song to the siren”, “Once I was”, “Plesant street”, “Morning glory”, “Carnival song”, “Phantasmagoria in two” e molte altre in un tripudio di abbacinante bellezza.

jeff Buckley

Ricordo che da bambino non fui mai chiamato col mio nome da mio fratello maggiore, egli era solito chiamarmi “Tim”, proprio in onore di Buckley. Il perché non l’ho mai capito (e forse nemmeno mio fratello) ma quel nome e quelle note da tempo risuonano forti nel tempo della mia esistenza. Tim Buckley è una voce che mi chiama dalle profondità dell’inconscio e mi ricorda tutta la gioia e il dolore del vivere. La musica di Tim è distante da ciò che solitamente compongo ma allo stesso tempo è vicinissima, non stilisticamente ma per il messaggio che porta in se. Quello della ricerca di una lucina di bellezza in un mondo sempre più spesso avvolto dalle tenebre. Quella lucina ne Tim ne Jeff l’hanno potuta raggiungere e godere, ma la loro arte illuminerà sempre chi non si è ancora stancato di cercarla.

Greetings From Tim Buckley

(Tutto questo per dire che mi sta venendo voglia di organizzare [non come musicista bensì a livello di direzione artistica] un concerto a ricordo dei due Buckley. Chi ha idee o suggerimenti può farsi avanti :))

Andrea Tich – Una cometa di sangue (Snowdonia/Interbeat 2014)

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L’altra sera, dopo una giornata milanese trascorsa incontrando vecchi amici e facendo un po’ di turismo, tornavo a casa nella notte mentre in macchina scorrevano le note del nuovo album di Andrea Tich, “Una cometa di sangue”. In realtà già da qualche settimana avevo avuto occasione di apprezzare il disco ma l’ennesimo riascolto nella notte mi ha spalancato ulteriori sensazioni e mi ha fatto capire quanto quest’opera d’arte sia preziosa e importante.

Andrea, con il quale avevo avuto occasione di fare due chiacchiere nel pomeriggio, mi aveva detto “è il mio ‘White album’”. Ed è vero! Un’opera che di primo acchito potremo definire ciclopica, la bellezza di ventiquattro tracce sparse in due cd per quasi due ore di musica. Ma mai, che io ricordi, l’ascolto di un doppio album è stato così leggero e scorrevole alle mie orecchie. Leggero ma profondo perché ogni tassello di questa epopea è a suo modo un piccolo universo dalle mille sfaccettature in cui è meraviglioso perdersi. “Una cometa di sangue” è un susseguirsi di pezzi di vita di una bellezza commovente, un caleidoscopio che cattura e incatena l’ascoltatore grazie a un songwriting decisamente al di sopra della media, un gusto melodico mai banale, discrete pennellate strumentali (da segnalare il moog che spesso e volentieri arriva a proghizzare il tutto), un pizzico di svagata psichedelia, molto pop dal gusto vintage (ma al tempo stesso modernissimo) e una voce sempre carezzevole che narra di un soffice mondo di cose importanti, comunicate con garbo e anche un po’ di ironia. Se dovessi cercare i due momenti più alti direi “Canzone per Enzo” e “Strade di città (che non conosco)” ma alla fine credo non sia giusto estrapolare canzoni qua e la, è tutto il disco che va preso come un unicum e va gustato perdendosi tra le sue avvinghianti spire sonore. Per i fans dei “ma chi ricorda?” potremo cercare accostamenti, con Battiato, Rocchi, persino con l’insospettabile Morgan (quando questi ancora era dotato di lucidità), ma non renderebbero giustizia a un lavoro che è 100% Tich e che proviene da un mondo colorato che attende solo voi per popolarsi.

Per me disco del 2014 nonché una della massime uscite italiane degli ultimi anni.