Il dovere di destabilizzare

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Non ho messo granché il naso fuori casa durante l’inverno appena trascorso; il mio nuovo disco è pronto ma uscirà solo in autunno e concerti non ce ne sono stati, a parte Z-Fest. In questo tempo ho scritto parecchio, e per scrivere sono stato molto da solo. Il risultato è che al momento mi fa uno strano effetto ritrovarmi tra le persone. Mentre si è soli, mentre si scrive o in qualche modo ci si guarda dentro, ci si rintana entro una sorta di immagine pura di sé. Poi ci si ridà in pasto al mondo, e gli altri non capiranno chi o cosa sei diventato, non si cureranno delle tue traversie esistenziali, dei traguardi che hai raggiunto nella conoscenza di te stesso. Dovrai essere sempre la copia di quello che sei sempre stato e dovrai continuare a esserlo per sempre, sennò destabilizzerai. E destabilizzare è peggio che ferire.

Sono quello che si dice una personalità complessa. E sono nato sotto il segno dei gemelli. Doppio problema quindi. E pretendere che altri capiscono quello che nemmeno io ho ancora ben chiaro, nonostante la mia veneranda età, è quantomeno utopistico. Quasi ogni giorno corro, e mi fa bene. Mi spingo verso le alture della città, su per le colline, e dall’alto scorgo l’immensa tavolozza del mare. Lì mi sento in pace, riunito a me stesso. Tutti i pezzi del puzzle combaciano perfettamente. Poi torno giù, mi ributto nella vita di tutti i giorni e mi perdo. Le persone non guardano veramente, vedono di te solo quello che vogliono vedere, che a loro fa comodo vedere. A me questo addolora, ma so che è così e dovrò sopportarlo fino a quando non ne avrò abbastanza; a quel punto partirò e me ne andrò lontano, per ricominciare tutto daccapo, vergine allo sguardo degli altri. Fatto questo passerà il tempo, ci saranno nuovi altri e lo sguardo di costoro si abituerà alla persona che hanno conosciuto. Ma nel frattempo io sarò, nel bene o nel male, ancora cambiato. E quando non verrò riconosciuto sarà di nuovo doloroso e quindi si farà un’altra volta impellente il desiderio di fuggire. Così passerò il resto della vita ad allontanarmi dalle cose che diventano consuete, cercherò sempre una nuova linfa, nei miei occhi e in quelli degli altri. E saranno ricerche e fughe continue e necessarie; perché nella vita che ci è data da vivere accontentarsi vuole dire mettersi da parte, mettersi da parte vuole dire rinunciare a crescere, rinunciare a crescere vuole dire appassire e morire. Vedo persone intorno a me che sono morte molti anni fa e che perpetuando gli stessi riti si tengono in vita. Anche io faccio parte dei loro riti e li tengo in vita. Ma io non voglio essere la flebo che affonda nel braccio del morente, nessuno deve fermarsi per non scontentare gli altri. Vivere tutte le vite che si possono vivere deve essere l’imperativo per ognuno di noi.

La protagonista di un romanzo al quale sto lavorando ha vissuto settant’anni nella stessa maniera, per non destabilizzare le persone care. Poi qualcosa le ricorda di una strada che a un certo punto del suo passato non ha avuto il coraggio di percorrere, così mette in dubbio ogni aspetto della “solita” se stessa e parte per un lungo viaggio alla ricerca di altre vite da vivere. Scoprendo che non è mai troppo tardi per non farsi incatenare.

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Stranizza d’amuri

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Vi siete guardati intorno? Non so da voi ma qui a Genova sole e caldo sono già a livelli di guardia. Dopo interminabili mesi di pioggia e gelide raffiche di vento, come non capitava da tempo, tutto questo calore giunge inaspettato. Amo la neve e il crepuscolo invernale, ma quest’anno è come se il perpetuarsi di tali condizioni meteorologiche avesse messo a dura prova le mie convinzioni. Mi sembrava di non farcela più a sopportare buio e freddo, ed ecco che improvvisamente il bel tempo esplode, senza preavviso, come a volermi travolgere dopo averlo tanto invocato.

Ieri ero sul bus diretto verso casa, stava calando la sera, il fuoco del giorno concedeva una tregua e la luce si attenuava dolcemente. Le persone sembrano incuranti di ciò che stava succedendo ma bastava sbirciare fuori dal finestrino per accorgersi del miracolo. Così sono sceso dal mezzo e ho respirato a pieni polmoni; nell’aria c’era la primavera. Non era un profumo, era una sensazione netta che mi ha fatto sussultare di qualcosa che somigliava a una gioiosa malinconia. E ho camminato vicino al mare con tutti i sensi all’erta. L’acqua e le piante esplodevano di colore, la terra emanava un tepore materno, tutto sembrava volermi abbracciare. Mi sentivo al sicuro, in pace.

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Mi sono procurato i diari di Sof’ja Tolstaja, della quale parlavo giorni fa a proposito del bellissimo Romanza senza parole. In una delle pagine la Tolstaja scrive: “La porta del salotto dava su un piccolo balcone con una vista bellissima, che da quel momento ho avuto cara. Presi una sedia, uscii sul balcone e mi sedetti a godere la vista. Non potrò mai dimenticare la commozione provata allora, anche se non sarò mai capace di descriverla. Era forse l’impressione dell’autentica campagna, della natura e della vastità o forse il presentimento di quello che sarebbe avvenuto un mese e mezzo più tardi, quando sarei entrata in quella casa ormai da padrona? Forse era semplicemente un addio alla libertà della fanciullezza o tutto questo insieme, non saprei dirlo. Eppure c’era qualcosa di nuovo e di significativo nel mio stato d’animo di quella sera, qualcosa di gioioso e indefinito”. Da lì a poco Sof’ja sposerà Lev Tolstoj e verranno anni turbolenti che contribuiranno a smorzare la sua fanciullesca innocenza, ma in quel frangente, quando tutto è ancora da venire, quando il sentimento che sta sbocciando è appena accennato, quello che la ragazza avverte nell’aria è una promessa. La stessa che ho distintamente avvertito ieri sera, qualcosa che dice “esisti, andrà tutto bene”.

Stranizza d’amuri di Franco Battiato mi risuonava nelle orecchie quando pensavo e avvertivo tutto questo, e sembrava che le sensazioni si radunassero tutte in un punto preciso, si condensassero prendendo forma di note. Che Battiato scriva canzoni d’amore è molto strano, non è un argomento che è, o sarà mai, nelle sue corde, ma quando ha deciso di farlo sono sempre stati brani che descrivono in maniera sublime il sentimento amoroso; da punti di vista diversi, prospettive inedite e stimolanti. In questo caso si affida alle vicende di due persone che si amano al tempo della guerra e, nonostante l’orrore che le circonda, sentono che il loro sentimento non cede, non muore, rimane puro e stabile. Stranizza d’amuri è una celebrazione di ciò che non si lascia scalfire nemmeno dalle peggiori avversità. Nel canto di Battiato non c’è patetismo, non c’è nessuna accorata voglia di esprimere sentimenti sopra le righe, c’è invece una calma flemmatica, la saggezza pacata di chi osserva e riporta i fatti stando dentro e fuori allo stesso tempo. E in questo stato di armonia l’ascoltatore può realmente immergersi e godere beato di questo inno alla vita.

 

Di silenzi e altri rumori

In questo periodo ho letto, o sto leggendo o leggerò, molti volumi che hanno come tema il silenzio. Da principio mi sono avventurato nel mediocre Il silenzio del norvegese Erling Kagge, sono poi passato all’illuminante Silenzi eloquenti dell’architetto spagnolo Carlos Martí Arís, al momento sono alle prese con il bel Elogio del silenzio dell’americano John Biguenet e, terminato quest’ultimo, mi butterò su Per eremi silenziosi, scritto nel 1911 dal filosofo russo Vasilij Vasil’evič Rozanov.
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Ma non è finita, sono da sempre appassionato di arte silenziosa, sia essa musica, letteratura, cinema e chi più ne ha più ne metta. Amo tutte le discipline ove si cerca di scavare nel vuoto per sottolineare un significato, ove l’assenza conta più della presenza e gli elementi del visibile sono messi in evidenza proprio grazie all’invisibile. La musica di Stephan Micus, tanto per fare un nome; uno che da sempre si muove con circospezione tra suono e non-suono, accarezzando l’aria con i suoi strumenti e stando bene attento a evidenziare la nota gusta al momento giusto. Non parliamo poi di Morton Feldman che ha fatto dell’uso della rarefazione sonora un caposaldo della sua opera.
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Nel cinema come non citare, tra i tanti, l’ungherese Béla Tarr, dalle inquadrature quasi inamovibili che permettono allo spettatore di penetrare un tempo indefinito ove il frastuono del mondo viene messo da parte a favore di una staticità estatica. O il giapponese Yasujirō Ozu, che con pura arte zen trasferisce su pellicola momenti di sospensione all’interno della trama filmica (l’inquadratura di un vaso o un elemento di un’abitazione) per amplificare lo svolgersi delle vicende.
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Grazie al libro di Carlos Martí Arís ho potuto scoprire parecchi architetti che hanno lavorato intorno al silenzio, edificando costruzioni nella quali il vuoto ha lo stesso valore del pieno. Come Ludwig Mies van der Rohe e la sua Nationalgalerie di Berlino o Eladio Dieste con la Chiesa di San Pedro di Durazno.
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In pittura Mark Rothko ha riempito di colori ampie tele non lasciando apparentemente spazio per altro; in realtà i suoi studi sui toni e sulle varie sfumature sono nient’altro che meditazioni sul silenzio. Hanno il potere di aprire un varco dentro l’animo di chi guarda immergendolo in un clima di astrazione dalle frenesie del presente.
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Poi in letteratura, con certe pagine di Fleur Jaeggy che sfiorano con delicatezza lo spirito del lettore con vicende quasi immobili, nelle quali i personaggi danzano leggeri sul confine sottile che separa la realtà dall’irrealtà.
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Ci sono addirittura vacanze silenziose, come quella descritta e fotografata da Claudio Giunta e Giovanna Silva in Tutta la solitudine che meritate – Viaggio in Islanda. I due offrono un perfetto diario di viaggio ove a farla da padrona non è la consueta esposizione delle meraviglie e degli usi e costumi del luogo ma bensì una ricerca di paesaggi fermi, di luoghi dimenticati o mai lambiti dal passaggio dell’uomo.
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Questa ridda di pubblicazioni o di ricerche su esperienze silenziose non rappresentano altro che un desiderio di fuga. Avete mai pensato di mollare tutto e affrontare un eremitaggio a tempo indeterminato? O di fare un’esperienza di vita monastica in un convento? A me capita sempre più spesso; desidero ciò perché ho bisogno di spalancare le finestre del mio spirito per lasciarvi entrare aria pulita, sogno una stasi che mi dia la possibilità di placarmi e riflettere. Che porti il mio cervello in continua eruzione a stoppare il suo frenetico ritmo e a mettersi in ascolto. Che mi ricordi che sto esistendo. Ma siccome il lavoro che svolgo pretende io abbia sempre la mente in movimento non posso fare altro, nei momenti liberi, che rincorrere il silenzio tramite libri, musica e arti assortite.
Se però mi guardo indietro e rileggo quanto scritto finora mi rendo conto che ho parlato così tanto da produrre un gran rumore.

La follia del vivere intenso: “Romanza senza parole” di Sof’ja Tolstaja

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Nel 1897 Sof’ja Tolstaja, che tutti chiamano Sonja, sta faticosamente tornando alla vita. Un anno e mezzo prima Ivàn, il figlio di appena sette anni, è venuto a mancare a causa della scarlattina segnando indelebilmente l’esistenza della donna. Questo immenso dolore si è andato a sommare alle ansie di un rapporto da sempre burrascoso con il marito, Lev Tolstoj. L’immenso scrittore russo è da sempre uomo difficile, dal carattere volitivo, soggetto a cambiamenti di idee e umori, schiavo della sua arte e dei suoi princìpi. Ciò rende problematica la convivenza con la moglie, sposata quando questa era appena diciottenne e lui aveva il doppio dei suoi anni.

Sonja è fiera e scrupolosa, non si lascia intimidire dai capricci del coniuge ma riesce anzi a tenergli testa badando a non farsi sopraffare. E’ insomma è il prototipo della donna moderna, che non si lascia sottomettere dall’autorità maschile ma cerca invece di perseguire la sua visione, di condurre un’esistenza autonoma e tesa alla propria realizzazione. E’ però allo stesso tempo una moglie devota; supporta lo scrittore nel suo lavoro, corregge e copia le stesure dei suoi scritti e si occupa di tutti gli aspetti burocratici. Anche lei è preda di cambiamenti d’umore, gelosie e possessività nei confronti del celebre marito. I litigi in casa Tolstoj sono quindi all’ordine del giorno, con frequenti fughe da parte dell’uomo, pentimenti, rappacificazioni e nuove battaglie.

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Sonja è pur essa una valente scrittrice, non si avventura in ampie e intricate costruzioni come il consorte ma sa bene rappresentare gli struggimenti dell’anima, riesce a focalizzare quei grumi di ansie e felicità che caratterizzano i rapporti amorosi e li descrive con grazia e cocente trasporto. Già nel 1893 aveva scritto Amore colpevole, sorta di accorata risposta alla spietata analisi del matrimonio contenuta nella Sonata a Kreutzer del più famoso coniuge. Dopo quel tentativo ha però scelto di dedicarsi a curare spirito e arte di quest’ultimo mettendo da parte il suo indubbio talento. A seguito della dolorosa scomparsa del figlioletto ecco che una timida fiamma si riaccende.

La magione dei Tolstoj è da qualche tempo frequentata da un pianista di talento, Sergej Ivanovič Taneev, che con la sua musica contribuisce a lenire la sofferenza di Sonja. Ben presto la passione per le esecuzioni del pianista esonda gli argini del puro interesse artistico per sbocciare in un sentimento. Tolstoj si accorge della cosa e le scenate di gelosia infiammano nuovamente l’atmosfera di casa. In tutto ciò il pianista non sembra rispondere agli interessi di Sonja, la quale ricade in un doloroso struggimento e comincia a buttare su carta le sue emozioni. Il risultato di questo travaglio sarà Romanza senza parole, che rimarrà sepolto in un archivio di Mosca e solo nel 2010 verrà alla luce. In Italia è arrivato lo scorso anno grazie alle cure de La Tartaruga, marchio di Baldini & Castoldi.

Romanza senza parole è un incanto di narrazione fluida che sembra dipanarsi sospinta da un movimento musicale, ora lieve, ora impetuoso; quello delle romanze di Felix Mendelssohn che Taneev eseguiva in casa Tolstoj e che il fascinoso protagonista maschile del romanzo, Ivan Il’ič (nome preso a prestito da una delle opere di Tostoj), esegue per la giovane Saša. Questa soffre di un’acuta depressione a seguito della perdita della mamma e a nulla servono le cure del marito, uomo mite e bonario che ha la sola passione per la botanica. Quando Ivan Il’ič viene ad abitare nei pressi della dacia estiva di Saša e comincia a esercitarsi con il pianoforte ecco che le note schiudono il forziere del cuore della donna riportandola alla vita e facendole assaporare intensi bagliori di felicità. Le descrizioni del trasporto di Saša mentre ascolta la musica di Ivan sono passaggi di rara bellezza che trafiggono il cuore con intensità; sembra di assaporarlo con tutti i sensi questo afflato di pura gioia che la musica eccita nell’animo della donna. Come è successo a Sonja anche Saša, tra mille timori e ripensamenti, viene travolta da un sentimento che non è quello della semplice passione musicale ma vuole bensì abbracciare in pieno l’arte e l’artista. E in questo frangente che le parole della Tolstaja si fanno puro incanto, quando essa descrive la lotta interna di Saša che anela a vivere appieno la purezza dell’arte, scevra da ogni coinvolgimento “umano”, e invece si accorge che sempre più il suo interesse si va posando sull’uomo. Da qui in poi sarà una lenta discesa nei meandri dell’emotività e della pazzia. Pazzia che sempre più contagerà anche la vita di Sof’ja Tolstaja che vivrà il resto della sua vita in un rapporto sempre più tempestoso col marito, fino agli ultimi giorni dello scrittore.

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Romanza senza parole è lo specchio dell’esistenza di una donna che ha scelto di vivere con un fervore fuori dal comune, non curandosi delle regole sociali e delle imposizioni. Una vita tormentata e in qualche modo eroica, a un passo dalla perdita della ragione, ma intensa, realmente viva.

Il dilemma del venticinquesimo anno

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Stavo per compiere venticinque anni e mi sentivo morire. Un quarto di secolo, la vita adulta a un passo mentre non c’era nulla di adulto in me. Ricordo un pomeriggio di sole e di vento, sedevo su una panchina del porto, i capelli scompigliati che sentivo radi, malfatti, pronti a ingrigirsi, a cadere. Con la vecchiaia a un passo, superato dagli eventi e dalle persone che avanzavano con ampie falcate verso il futuro mentre io ero rimasto al palo, stanco, pronto all’oblio, a svestire i panni dell’esistenza. Ero terrorizzato, nulla di rilevante mi precedeva, nulla di concreto si prospettava. Guardavo le petroliere arrugginite che galleggiavano sul mare oleoso, le gru che aravano il cielo. Pensavo che quella mancanza di prospettive era solo la naturale conseguenza di un’inconsistenza che da tempo mi portavo appresso. Poca voglia di studiare, molta fretta di arrivare da qualche parte con cose fatte a metà che non convincevano nessuno. Paura del mondo del lavoro, con i suoi ritmi sempre uguali, con un’idea di prigionia alla quale non si sfugge per tutta la vita. In cambio di una busta paga, in cambio di una stabilità utile a occupare un posto nella società. Soldi in cambio di routine e di un risicato tempo libero che libero non è mai. Così saggiavo impieghi diversi per capire se ce ne fosse almeno uno che in cambio della vitale pecunia potesse offrire sbocchi alternativi, almeno la sensazione di non compiere sempre la stessa azione che trasforma la propria vita in un lunghissimo replay.

Dall’età di diciassette anni ero stato portiere notturno in un albergo, addetto alla pulizia delle spiagge, più volte magazziniere, commesso, agente immobiliare, rappresentante… Non c’era nulla che non mi facesse sentire incatenato. Per recarmi nei posti di lavoro uscivo di casa e cercavo volta per volta una strada diversa da percorrere per arrivare, così da avere almeno la sensazione di esaminare percorsi alternativi, di esplorare nuove realtà. Poi, in pausa pranzo, mi sedevo in uno dei tanti spogli parchi pubblici circondati da colossi di cemento, mangiavo il mio panino al prosciutto avvolto nella carta stagnola e riflettevo. Qualsiasi cosa avessi fatto nella vita, anche la più creativa, sarei sempre rimasto incastrato nella trafila della ripetizione. Quale era il senso di tutto questo? Leggevo di artisti che teorizzavano la ripetizione come forma di cambiamento, la teoria mi affascinava ma la pratica era orrenda. Non era la voglia di lavorare a mancarmi, era la paura che il lavoro mi avrebbe fatto dimenticare chi ero nel profondo, avrebbe fagocitato la mia vita rendendomi piacevolmente insensibile a ogni divagazione. Mi avrebbe fatalmente risucchiato e incanalato nei suoi precisi meccanismi. Dovevo darmi per vinto e decidermi a entrare nel flusso? In fondo si trattava solo di resistere per qualche tempo, poi mi sarei ammorbidito, avrei detto che in fondo se lo fanno tutti posso farlo anche io, avrei pensato che i soldi fanno comodo e avrei potuto pensare di mettere su famiglia, di concedermi dei piccoli lussi; un’automobile, una casa, un buon impianto stereo, viaggi. In cambio del replay ci sono molti aspetti positivi, basta saperli apprezzare, avere voglia di assaporarli, non farsi prendere dall’angoscia, fare il proprio dovere e poi vivere liberi il resto del tempo. Ma non c’era verso, avevo troppa paura, e intanto gli anni passavano ed erano già venticinque quelli trascorsi senza avere nulla in mano. Cosa volevo fare? Chi volevo essere? Non lo sapevo, restavo solo seduto in quella panchina in un pomeriggio assolato di maggio a farmi strapazzare dal vento, immobile e con la vista annebbiata a furia di cercare un traguardo invisibile. O mi decidevo a impegnarmi seriamente in qualcosa o avrei continuato a cambiare occupazioni senza mai essere soddisfatto di nulla, avrei cercato in eterno quel movimento a cui anelavo rimanendo impigliato nei miei stessi proclami, non afferrando nulla di concreto. Lo scoccare del venticinquesimo anno doveva essere il momento decisivo per lasciare da parte le incertezze e capire una volta per tutte dove volevo andare, per inventarmi la realtà che desideravo, per oliare per bene gli ingranaggi che mi avrebbero accolto.

Battiato: La voce del padrone. Il libro.

In un periodo nel quale le condizioni di salute di Franco Battiato stanno facendo preoccupare molti dei suoi estimatori mi permetto di dare il mio contributo alla divulgazione (se mai ce ne fosse ulteriore bisogno) del messaggio artistico del musicista siciliano narrando quelle che sono le vicende che dalla sua nascita conducono all’esplosione de “La voce del padrone”, uno degli album più venduti nella storia della discografia italiana.

Il libro – che sarà pubblicato da Arcana Edizioni il prossimo 26 aprile e che si avvale dell’iconica foto scattata da Roberto Masotti per la copertina de “La voce del padrone” – , consta di 320 pagine e comprende una preziosa introduzione di Francesco Messina, oltre che una dettagliatissima discografia a cura di Filippo Bardi, uno dei principali collezionisti italiani di Battiato.

Sperando di farvi cosa gradita ecco l’introduzione del libro ove spiego genesi, intenti, contributi e struttura del volume.

Copertina libro Battiato

Sono più di dieci anni che ho in mente un libro dettagliato sull’artista che più di ogni altri stimo nel panorama musicale italiano. E non è un caso che io parli di “artista”, invece che di “musicista”, “cantautore”, ecc. Franco Battiato rappresenta infatti il perfetto coronamento del movimento a 360 gradi all’interno delle discipline legate al mondo dell’arte, con il suo spaziare tra generi musicali disparati e il suo misurarsi con il cinema e la pittura, inserendo in ogni sua creazione una distintiva forma e firma. All’inizio il mio progetto era quello di dedicare un intero volume al cosiddetto periodo sperimentale del nostro (troppo spesso non trattato con la dovuta attenzione) ma poi ho pensato che sarebbe stato più interessante concentrarsi sulla lenta ma inesorabile ascesa che, dal momento della sua nascita, porta all’esplosione de LA VOCE DEL PADRONE. Battiato ha sempre anteposto la ricerca di sé alla brama del successo a tutti i costi; questo lo ha portato a seguire una sua visione, ad andare spesso controcorrente, a essere disturbante, anche antipatico a tratti. Ma che lui lo abbia voluto o meno, dal giorno in cui ha deciso di fare il musicista al giorno in cui il suo album del 1981 è esploso in maniera deflagrante, c’è stato un preciso percorso che sempre più si è andato a definire. LA VOCE DEL PADRONE può essere considerato o meno l’apice dell’arte di Franco, ma non è questo il punto. La cosa importunate è che l’album citato rappresenta il momento in cui tutta una ridda di esperienze accumulate – la musica leggera, gli esperimenti, l’isolazionismo sonoro, il pop, l’elettronica, le collaborazioni… – hanno trovato un luminoso punto d’approdo, in maniera matura e comunicativa. Qui si chiude una fase, dal 1982 in poi ci sarà un altro Battiato, maggiormente in pace con se stesso e con il mondo, che, con le spalle coperte dal successo, continuerà il suo percorso multiforme in maniera più rilassata e consapevole. A me interessava sviscerare invece il grumo di irrequietezze ed esperienze che ha caratterizzato la vita giovanile di Battiato, con tutte le sue gioie e i malumori, le ricerche, le brillanti invenzioni e le cadute.

Nel tempo ho accumulato (senza smanie da collezionista ma solo con la brama del conoscitore) tutti i libri e gli articoli usciti sul nostro, grazie ai quali ho potuto ricostruire, passo per passo, tuti gli eventi. Fattore fondamentale per la ricostruzione della storia sono state però le interviste a chi ha percorso con Battiato il tratto di strada che ho deciso di analizzare. Molto difficilmente nei volumi sulla vita e l’opera di Franco si è pensato di interpellare chi con lui ha condiviso alti e bassi di questo cammino; a me invece è sembrata la cosa più naturale. In musica non ci si muove mai da soli e ogni volta che il nostro ha compiuto un passo è sempre stato circondato da musicisti, produttori, discografici, fotografi, grafici, attori o semplici amici che lo hanno spalleggiato, consigliato, guidato. Da qui il coinvolgimento dei gentilissimi Gregorio Alicata, Red Canzian, Daniele Cavallanti, Gianfranco D’Adda, Peppo Delconte, Enzo “Titti” Denna, Filippo Destrieri, Nunzio “Cucciolo” Favia, Alvaro Fella, Gaetano Galli, Giorgio Logiri, Raul Lovisoni, Luigi Mantovani, Roberto Masotti, Francesco Messina, Jutta Ninenhaus, Maurizio Piazza, Alberto Radius, Riccardo Rolli, Fabio Simion, Andrea Tich, Martin Thurn-Mithoff e Vincenzo Zitello, che hanno aperto lo scrigno dei loro ricordi illuminandomi su intriganti dettagli, raccontandomi gustosi aneddoti e facendomi scoprire lati inediti del personaggio e della sua storia, musicale e umana. Riguardo al punto di vista del diretto interessato, ho fin dall’inizio pensato che le parole dette oggi, con il senno di poi e l’usuale verve critica di Franco verso le sue esperienze di gioventù, non avrebbero del tutto reso il senso della storia. Così sono andato alla ricerca delle molte sue dichiarazioni rilasciate lungo il periodo preso in esame (nel caso in cui il materiale d’epoca fosse carente mi sono invece rifatto a dichiarazioni più recenti). So bene che riguardando all’uomo di allora il nostro potrà non riconoscersi, ma a me interessava proprio andare alla ricerca del Battiato di ieri, con tutti i suoi pregi, difetti, intuizioni e idiosincrasie. Un individuo appassionato e polemico, che tira fuori quello che c’è da dire senza peli sulla lingua, spesso in contrasto con tutto ciò che lo circonda. Un atteggiamento del genere nel nostro paese (specie per un musicista) è un caso rarissimo e come tale credo valesse la pena di ritrovare quel giovane confuso e rissoso ma anche determinato e realmente illuminante.

In questo modo l’uomo Battiato ha acquisito una dimensione più terrena e meno legata alla sua usuale immagine. Credo infatti permanga spesso una sorta di timore reverenziale nei confronti di Franco Battiato, timore che scaturisce dal suo alone mistico, dal suo essere il “maestro” che molti venerano in maniera del tutto dogmatica. Io invece ho cercato di lasciare a casa il guru e riappropriarmi del musicista, per cercare di comprenderlo in tutte le sue sfaccettature, scevro dall’alone di intoccabile che ha acquisito nel tempo. Non manca quindi un’analisi critica della sua opera, così come non manca, allo stesso tempo, un gradissimo rispetto e ammirazione per colui che mi ha fornito, da quando ho 13 anni, sogni, visoni, guide e insegnamenti. Per questo io ringrazio di cuore e abbraccio Franco Battiato, e come me tutti gli Italiani dovrebbero essergli riconoscenti; in virtù della sua arte proteiforme e senza compromessi ci ha mostrato un universo sfaccettato e prezioso di suoni e conoscenze come mai nessuno prima.

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Il secondo estratto dal volume “Storie notturne”, che sarà pubblicato nei prossimi giorni da Ensemble Edizioni. “Storie notturne” rappresenta l’esordio di Fabio Zuffanti nel mondo della narrativa.
Per altre info: http://www.edizioniensemble.it/prodotto/storie-notturne/

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Un’immensa stazione abbandonata. Binari divelti. Erbacce. Muri che cadono a pezzi. Stanze sventrate. Mattoni sparsi per terra. Una cisterna vuota. Vagoni senza ruote adagiati sul terreno. Strade spaccate. Spazzatura. Cocci di vetro. Il mondo intero, devastato fino a perdita d’occhio. Ti ricordi quando nevicava? Andavamo spesso a camminare in quei luoghi sotto una coltre lattiginosa e abbagliante. Ci piaceva da impazzire vagare tra il decadimento e la desolazione. Trovarci tra quegli ammassi di macerie risvegliava qualcosa in noi. Esploravamo l’interno della stazione, le sale d’aspetto con le panche di legno ove gli uccelli avevano costruito i loro nidi, le stanze di comando dei treni con i macchinari fatti a pezzi. Salivamo sulle carrozze, sedevamo sulle poltroncine a brandelli, correvamo e gridavamo, liberi di tirare fuori tutta la nostra voglia di esser vivi tra i morti. Più ci addentravamo nella devastazione più cresceva in noi la vita, aumentavano la passione e la voglia di possederci. Ci spostavamo in un largo complesso edilizio, nella città secca di lacrime. Dentro i palazzi, tra gli appartamenti colmi di detriti, coi letti arrugginiti, i materassi sfondati e pulciosi. In quei luoghi cedevamo finalmente al desiderio. Facevamo l’amore impacciati dagli abiti pesanti, con una foga animalesca, ebbri l’uno dell’altra, in preda a una perdita di sé feroce e ipnotica. Seminavamo la voluttà in quegli antri di estinzione, tra le rovine del mondo. Fuori la neve continuava a cadere, ricoprendo ogni cosa di un bianco perlaceo che sembrava far brillare il paesaggio dilaniato. Uscivamo per le strade dall’asfalto crepato e ci rincorrevamo felici. Tu ti fermavi e alzavi il viso, facevi cadere i fiocchi nella bocca abbeverandoti di essi. Il cielo e la terra non si distingue- vano, erano un manto uniforme, senza confini.